Venezuela, la rivoluzione della settima arte

di Barbara Meo Evoli

pelicula el caracazo - Chalbaud

CARACAS – L’hanno chiamata “Hugowood”. Così è stata definita la Cinecittà di Caracas da molti media europei. Secondo questa interpretazione falsa della realtà, negli studi cinematografici statali fondati in Venezuela nel 2006 si realizzerebbero esclusivamente film inneggianti all’attuale presidente Hugo Chávez.

Qualcuno ha perfino osato comparare la nuova casa di produzione “Villa del Cine” alle istituzioni create da Stalin e Mussolini. Ma la realtà è ben diversa da quella che rappresentano i grandi network occidentali.

Negli ultimi sei anni il governo bolivariano ha deciso di investire nel cinema locale muovendo una battaglia contro la “tirannia di Hollywood” e così ha creato la fondazione “Villa del Cine” diretta a promuovere lo sviluppo dell’industria cinematrografica venezuelana e la democratizzazione del cinema. Dalle parole ai fatti: da un film all’anno si è passati alla realizzazione di trenta prodotti cinematografici. Oltre a disporre di un maggior finanziamento rispetto al passato, la “Villa del Cine” offre la possibilità di finanziamenti per momenti specifici della realizzazione di un’opera, così facilitando il lavoro dei giovani alle prime armi. Si sostengono per esempio, separatamente dalla produzione generale, anche la redazione della sceneggiatura o la post-produzione. Oltre alla “Villa del Cine” e ad altri enti statali come il Centro nazionale autonomo di cinematografia (Cnac), il ministero della Cultura o i consigli comunali sparsi su tutto il territorio del paese, ovviamente ci sono anche tante società private pronte a finanziare produzioni audiovisive.

Sono stati fatti passi avanti anche nella formazione cinematografica senza però arrivare alla qualità dei percorsi di studio di altri paesi come il Messico o l’Argentina che in America latina hanno una lunga tradizione di realizzazioni cinematografiche conosciute a livello internazionale. È stata così creata a Caracas la “Fondazione dei nuovi realizzatori” che offre corsi di produzione, montaggio, redazione di copioni e tanti altri a prezzi molto bassi rispetto a quelli del mercato dando la possibilità anche a coloro che sono cresciuti nei “barrio”, i quartieri poveri abusivi, di formarsi e trovare lavoro nel campo.

È innegabile che, grazie a un grande investimento sia nella formazione che nella produzione, sono stati scoperti molti giovani talenti nel cinema, come in molti altri settori. Basta guardare al trentenne regista del lungometraggio “Hermano” che ha vinto il premio di Miglior film, il premio dei critici russi e quello del pubblico al 32esimo Festival internazionale di Mosca. La pellicola finanziata dal Cnac racconta la storia di due fratelli che lottano per avere un futuro migliore in un “barrio” segnato dalla violenza, in cui è molto difficile non cadere nella droga e nell’alcol, non essere tentati dal guadagnarsi un profitto immediato attraverso attività illecite e non vivere nella logica della vendetta che porta a bagni di sangue. Spesso quando le iniziative sono portate avanti dai giovani, questi decidono di cambiarne il modus operandi. Ed infatti il regista Marcel Rasquin ha deciso di sviluppare, assieme al film, un progetto di “comunicazione per lo sviluppo” tenendo corsi di cinema per le comunità dove è stato realizzato “Hermano”, costruendo un campo da calcio e promuovendo una “caccia ai talenti”. Rasquin inoltre ha scelto di lavorare con attori professionisti e non professionisti ed infatti Eliú Armas, che ha interpretato il fratello maggiore Julio, viveva in un “barrio” nella periferia di Caracas e non aveva mai visto una cinepresa nella sua vita.

Anche Angel Palacio, il regista del documentario sul colpo di stato del 2002 “Puente Llaguno: le chiavi di lettura di un massacro” è convinto che il mondo del cinema stia cambiando velocemente in Venezuela: “la comunicazione non è un lavoro solo da professionisti – afferma -, deve liberarsi dall’estetica dominante”. Secondo Palacio infatti, una delle tante prove della qualità del cinema e della comunicazione alternativa è un documentario che è stato girato dagli stessi contadini senza terra senza l’aiuto di nessun regista né di un cameraman professionista, da lui definito come “il migliore lungometraggio su quel tema”.

I registi venezuelani non sono i primi a lavorare con attori non professionisti per le parti primarie e secondarie, ma ben prima, nel secondo dopoguerra, i Neorealisti italiani avevano fatto la stessa scelta. Questo movimento culturale aveva prediletto le trame ambientate fra le classi disagiate e lavoratrici ed era stato il simbolo, in un’Italia semi-distrutta, della volontà di riscatto di un popolo. Anche il Venezuela è animato dallo stesso desiderio: rinascere e affrancarsi dalla dipendenza culturale degli Stati Uniti.

Negli ultimi sei anni sono stati realizzati per lo più tre tipologie di lungometraggi: docu-film come “Swing con Son” (2009), “Fantasmo” (2009), “Memorias del gesto” (2009), “Sin ti contigo” (2011); film storici come “El Caracazo” (2005), “Francisco de Miranda” (2006), “Postales de Leningrado” (2007), “Zamora” (2009), “Venezzia” (2009) e film che trattano di problematiche sociali come “Punto y raya” (2005), “Secuetro Express” (2005), “Libertador Morales” (2009), “Hermano” (2010), “La Hora Cero” (2010), “El chico que miente” (2011) .

Oggi le sale del cinema in Venezuela non sono, come descriveva dieci anni fa Román Chalbaud, il regista di “El caracazo”, “ristoranti dove la gente si ingozza di pop corn e parla al cellulare”. Attraverso l’opera lungimirante del governo bolivariano la mentalità dei venezuelani abituati a vedere esclusivamente film di Hollywood sta cambiando.

Dopo gli anni ’80 e ’90 caratterizzati da un’esigua produzione cinematografica, a partire dal 2000 il cinema è stato tutto in crescita e si è caratterizzato per una forte componente giovanile e la compresenza di persone di estrazione sociale diversa. Prima del governo Chávez il settore audiovisivo era riservato a pochi eletti, oggi sono tanti gli attori, scenografi, produttori, montatori che provengono da classi poco agiate. Oltre quindi ad essere stato democraticizzato l’accesso al cinema, si è reso possibile far conoscere i problemi, le aspirazioni, i timori e le gioie di una grande percentuale della popolazione che vive in luoghi dove prima non si avventuravano le telecamere.

A dicembre è stata inoltre approvata una nuova Legge del cinema che promuove la distribuzione delle pellicole venezuelane sul grande schermo imponendo una relazione di diretta proporzionalità fra il numero di spettatori e la permanenza dei film in sala. La normativa ha l’obiettivo non solo di proteggere il cinema nazionale dall’invasione del mercato di produzioni nordamericane, ma anche di rendere possibile la visione, fino ad adesso impossibile, di film italiani, francesi, russi e di tanti altri paesi. Bisogna considerare che la proiezione, a parte il piccolo circuito pubblico “Cinemateca nacional”, è tuttora in mano all’oligopolio Cinex-Cines Unidos che propone un numero molto esiguo di film e quasi esclusivamente statunitensi. Ancora al giorno d’oggi nelle sale cinematografiche di Caracas si possono vedere solo 12 pellicole nordamericane, mentre a Roma se ne possono vedere oltre 30 di diversi paesi del mondo.

L’Occidente ha criticato fortemente gli studi cinematografici della “Villa del Cine” insinuando che tutte le realizzazioni fossero strumenti di propaganda della politica del governo, ma gli stessi film prodotti dimostrano che si tratta di una notizia faziosa. Basta guardare al recente film “Habana Eva” in cui la protagonista è una giovane impiegata di una fabbrica tessile statale dell’Avana combattuta fra l’amore per un capitalista venezuelano e un lavoratore cubano. Eva è obbligata a sfornare sempre gli stessi modelli di vestiti, ma sogna di diventare una grande stilista ed aprire la propria impresa privata.

La “Villa del Cine” è il primo complesso costruito in Venezuela che oltre a possedere l’infrastruttura, le risorse umane e finanziare per produrre film, fornisce anche corsi di scenografia, produzione, montaggio e confezionamento di vestiti d’epoca, insomma possiede tutti gli strumenti per essere indipendente dalle grosse case di produzione statunitensi. Il suo obiettivo è produrre un corpo sostanziale di opere nazionali così da poter definire una nuova forma di fare cinema. Di fatto negli ultimi dieci anni sono stati realizzati numerosi film, prima impensabili, che hanno contribuito alla costruzione di una nuova identità latinoamericana sganciata dall’Occidente. Ditemi se questa non è rivoluzione.

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