Chávez e Psuv: “In Libia e Siria non vi è stata una Primavera araba”

di Barbara Meo Evoli

CARACAS – Come per la maggior parte delle posizioni prese a livello internazionale, il governo venezuelano non ha condiviso quella concordata dai paesi occcidentali e gli Stati Uniti sulla Libia opponendosi all’imposizione della ‘no fly zone’. Immediatamente dopo le prime dichiarazioni dell’esecutivo, la maggior parte dei media internazionali ha colto l’occasione per screditare il presidente Hugo Chávez lanciando la notizia, smentita dal Venezuela, della possibilità che l’ex leader libico Muamar Gheddafi si rifugiasse nel paese caraibico.

Secondo vari esponenti del Partito socialista unito del Venezuela (Psuv), mentre in Tunisia, Egitto, Yemen e Bahrein sarebbero scoppiate genuine rivolte popolari represse nel sangue, in Libia la Nato avrebbe compiuto un’intervento armato seminando migliaia di vittime fra la popolazione civile e lo stesso piano sarebbe previsto per la Siria dagli Stati Uniti e i suoi alleati occidentali.

L’esecutivo venezuelano in 12 anni di governo ha sempre assunto posizioni internazionali sicuramente controcorrente rispetto alle dominanti, ma coerenti con l’obiettivo di costruire, da un lato, un’integrazione latinoamerica che escludesse Stati Uniti e Canada, dall’altro, un’alleanza fra paesi “non allineati” che potesse contrarrestare la potenza nordamericana definita “imperialista” e “seminatrice di guerre nel mondo”. In questa logica vanno interpretati gli aumenti mirati degli interscambi commerciali del Venezuela con i paesi latinoamericani e caraibici e con paesi scomodi come la Siria, l’Iran, la Libia (fino al 2011), il Mali (fino al recente colpo di stato), l’Angola, il Congo, la Guinea, la Namibia, la Bielorussia, la Cina e la Russia. Stringendo queste alleanze commerciali il presidente Chávez non ha mai accennato a voler assurgere a modello uno dei leader di questi paesi, al contrario ha sempre rivendicato l’unicità e l’autonomia del “processo bolivariano” venezuelano.

Secondo il Psuv, quindi, il Medio Oriente sarebbe stato panorama di due fenomeni ben differenti l’uno dall’altro: da un lato delle vere rivolte popolari, dall’altro delle operazioni politico-militari finalizzate ad attuare un cambio di regime e spacciate per “protezioni dei civili e dei diritti umani” attraverso un’opera di santificazione degli oppositori e di demonizzazione dei governi di Libia e Siria.

Secondo l’interpretazione del governo venezuelano, fra le rivolte popolari vi sarebbero le proteste tunisine del 2011. La rivoluzione in questo paese sarebbe stata una risposta delle masse popolari agli effetti della bancarotta capitalista in un continente dove la crescita economica si è solo tradotta in un maggior sfruttamento del territorio da parte delle multinazionali straniere e in un aggravamento delle condizioni di vita della maggior parte della popolazione. Così anche è stata considerata la rivoluzione egiziana diretta a deporre Hosni Mubarak, che governò il paese per 20 anni con l’appoggio aperto di Stati Uniti e Israele. Chávez aveva dichiarato l’anno scorso: “in Egitto si è risvegliato il potere costituente, mentre in Venezuela il popolo è già sveglio perché ha intrapreso lo stesso percorso tanti anni fa” ed aveva comparato le rivolte egiziane ai moti popolari, avvenuti a Caracas il 27 febbraio 1989, per protestare contro le misure neoliberali adottate dal secondo governo di Carlos Andrés Pérez.

Alcuni esponenti del chavismo hanno fatto notare le differenti rappresentazioni date dai media delle manifestazioni in Giordania e Marocco rispetto a quelle in Libia e Siria. Le proteste sono state definite delle “primavere pacifiche” nei primi due paesi governati da monarchie non proprio in prima fila nel rispetto dei diritti umani e alleate degli Stati Uniti, mentre in Libia e Siria i media hanno immediatamente denunciato l’attuazione di repressioni sanguinarie imposte dai governanti senza svolgere nessuna indagine approfondita dei fatti e delle fonti.

Il Psuv ha definito legittime le rivolte popolari in corso in Yemen da più di un anno che hanno fatto cadere l’ex presidente Alí Abdulah Saleh al potere da 33 anni ed oggi hanno l’obiettivo di respingere la clausola di immunità concessa a Saleh in cambio delle sue dimissioni. La clausola sarebbe stata frutto di un accordo proposto dal Consiglio di cooperazione del Golfo Persico, con l’autorizzazione degli Stati Uniti e dell’Europa, ma sarebbe invisa alla maggior parte della popolazione.

Riguardo alle rivolte in Bahrein, la posizione presa in seno al chavismo è stata di appoggio ai manifestanti contro il monarca sunnita Hamad bin Isa al Jalifa al potere dal 1999 sebbene il paese sia al 70% sciita. È stato messo in risalto come, pur essendo state compiute oltre 50 esecuzioni extragiudiziali, il re del Bahrein non è stato condannato come violatore dei diritti umani poiché governa uno stato di fondamentale importanza per gli Stati Uniti. Il paese saudita non solamente è stato la base di partenza dei sottomarini, portaerei e eserciti che hanno intrapreso la guerra contro l’Irak iniziata nel 2003 ma, ospita la V Flotta nordamericana che vigila sui movimenti del suo maggior nemico: l’Iran.

La posizione chavista che ha fatto più scalpore in Europa è stata quella presa rispetto alla Libia quando a febbraio dell’anno scorso, subito dopo lo scoppio delle proteste, il presidente venezuelano aveva preannunciato il possibile intervento armato della Nato e vi si era opposto fortemente. Così il Venezuela, insieme ad altri paesi dell’Alternativa bolivariana per le Americhe (Alba) e dell’America latina, aveva proposto di creare una commissione internazionale per mediare fra Gheddafi e i ribelli con l’obiettivo di trovare una soluzione pacifica al conflitto. A nome dell’Alba, il ministro degli esteri cubano Bruno Rodríguez, aveva dichiarato: “rifiutiamo categoricamente qualsiasi intervento della Nato o di un’altra potenza straniera in Libia e condanniamo l’intenzione della Nato di approfittare della tragica situazione libica per giustificare la conquista delle risorse energetiche e idriche che sono patrimonio del popolo libico”. Fra i falsi mediatici tesi a convincere l’opinione pubblica della legittimità della ‘no fly zone’ vi sarebbe stato il presunto bombardamento attuato dal regime di Gheddafi il 22 febbraio 2011 contro i manifestanti a Tripoli, che avrebbe causato mille morti e non è mai stato accertato.

Chávez ha definito la situazione libica come “la guerra dei cani” sostenendo: “gli Stati Uniti e i paesi occidentali fomentano le guerre civili fra i popoli, bombardano, distruggono e poi si appropriano del paese che a loro conviene”. Il presidente bolivariano, che si considerava difensore della libera autodeterminazione del popolo libico, ha anche ricordato come il Venezuela sarebbe potuto essere vittima di un intervento militare estero nel 2003 simile a quello intrapreso nel paese nordafricano. Mentre dal canto suo l’opposizione venezuelana ha criticato duramente la posizione governativa riguardo alla Libia definendola “penosa per l’immagine del Venezuela a livello mondiale”. “L’opinione internazionale ha condannato il governo terrorista di Gheddafi – aveva affermato Diego Arria, ex candidato alle presidenziali ed ex-ambasciatore presso le Nazioni Unite – e l’unica persona al mondo che non crede che si stiano commettendo crimini contra l’umanità è Chávez”.

Rispetto all’attuale situazione drammatica della Siria, nonostante le sanzioni imposte dall’Unione europea, il Venezuela ha inviato nel paese varie navi cariche di carburante e il ministro dell’Energia Rafael Ramirez ha affermato che continuerà a mandare rifornimenti “non appena saranno richiesti”. Hugo Chávez ha dichiarato infatti: “gli Stati Uniti e i suoi alleati europei promuovono l’offensiva contro la Siria. La tattica è la stessa usata per la Libia: infiltrare terroristi e mercenari con l’obiettivo di destabilizzare il paese, generare violenza, sangue e morti e far cadere il governo inviso agli Stati Uniti”.

Il responsabile degli Esteri del Psuv Rodrigo Cabezas ha anche affermato: “la posizione del partito è univoca. Appoggiamo l’opinione del presidente della Repubblica poiché rifiutiamo qualsiasi tipo di ingerenza straniera nella risoluzione dei problemi interni di un paese”.

Chávez non è il solo a dare quest’interpretazione dei disturbi in Siria, il noto esperto politico e scrittore siriano Taleb Ibrahim ha ricordato che buona parte delle armi in mano ai terroristi in Siria sono di fabbricazione statunitense, realtà che la dice lunga sulle ingerenze degli Stati Uniti nella crisi siriana. Secondo Ibrahim, la problematica siriana è una questione interna che si risolverebbe facilmente se le ingerenze di alcuni paesi non cercassero di dare a questa dimensioni internazionali.

Inoltre la rete satellitare Al-Alam ha citato un sito israeliano dove si spiegherebbe che nel 2008 il Ministro dell’Interno saudita e l’ex ambasciatore americano in Libano, Jeffrey Feltman, avrebbero progettato un colpo di stato teso a eliminare dalla scena Bashar al-Assad. Un piano che secondo la rete araba avrebbe contato su ben 2 miliardi di dollari di fondi.

Quello di Chávez rimane quindi un punto di vista isolato nella comunità internazionale ma merita di essere riportato dai media per generare una dialettica con la posizione dominante. Mentre la legge della comunicazione imporrebbe di citare molteplici fonti per analizzare i fatti, oggi la maggior parte dei media utilizzano unicamente fonti di un solo colore politico senza lasciare spazio alla visione opposta tacciata come “non rispettosa dei diritti umani” e quindi “non meritevole di essere ascoltata”. Ma l’uniformità è la peggior malattia che può colpire l’informazione.

 


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