L’integrazione a tavola

 

CARACAS – “La cucina è sacra nella famiglia italiana. La domenica è il giorno in cui ci si riunisce per condividere il piacere di stare assieme a tavola”. Così Armando Boccaranda spiega l’amore per l’arte culinaria.

Oggi, a 28 anni, è aiuto-cuoco e socio del ristorante “Carpaccio Bar” nel centro commerciale Tolon di Caracas. Ma la passione per la cucina, trasmessa dalla famiglia di origine italiana, la aveva fin da piccolo.

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Storia di una famiglia fra i due continenti

I Taglialatela

CARACAS – Lavorare duro tutta la vita, capacità di rinventarsi e cultura del risparmio. Questa la ricetta di Pasquale Taglialatela, arrivato in nave da Napoli a dodici anni.

“Quella che a quei tempi era l’America per gli italiani, adesso è l’Europa per i venezolani” afferma sicuro della propria massima Pasquale.

La storia della sua famiglia in Venezuela comincia nel lontano ’48 con il viaggio dei genitori alla volta dell’America. Gente che va, gente che viene, gente che rimane. Così sono le storie dell’immigrazione nel susseguirsi delle generazioni.

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Padre Roman e il ‘barrio’: “Vivere fra la gente”

 

Padre Roman sul balcone di casa


CARACAS – “Mi sento una persona come tutte le altre del barrio. La mia missione è stare al servizio dei più deboli” dice con naturalezza padre Roman. Così lo chiamano gli abitanti di Petare, un quartiere povero di Caracas, dove poche sono le persone che vi entrano se non vi vivono.

Perfino il suo nome è stato ‘venezolanizzato’ dalla comunità. Al momento dell’arrivo in Venezuela ad appena 17 anni si chiamava Romano Cena.

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La condivisione con i locali: “essenziale per gli alunni stranieri”

 



CARACAS – Vi sono professori che insegnano italiano, storia, geografia… altri che insegnano matematica, scienze, chimica. Ma tutti, oltre al contenuto della materia scolastica, insegnano qualcosa che va ben al di là. A loro la società ha dato il compito di formare, al di fuori del nucleo familiare, i nuovi cittadini. A loro quindi va anche il ruolo importante di educare i giovani a vivere o rifiutare di vivere in una società multiculturale e/o multietnica.

Il Colegio Patria, dove le lezioni sono in spagnolo e si impartiscono corsi di italiano come lingua straniera, apre le sue porte alla nostra inchiesta sull’insegnamento agli stranieri: meglio che studino insieme o separatamente dai madrelingua?

Le urla allegre e spensierate dei bambini, il rimbalzo della palla nel campo da basket, il richiamo all’ordine con tono serio di un maestro, un piccolo cortile in cui fra i busti dei protagonisti della storia del Venezuela si ergono due bandiere: la italiana e la venezolana.

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In Italia: “classi differenziate” per stranieri, in Venezuela: insegnamento e integrazione

CARACAS – In Italia il partito del Carroccio, parte della maggioranza, ha proposto un emendamento al disegno di legge sulla riforma scolastica in cui si istituiscono delle “classi differenziate” per stranieri. La proposta è stata giustificata dallo stesso presidente del Consiglio Silvio Berlusconi come “una misura di buon senso” in quanto permetterebbe ai figli degli immigrati “di frequentare delle lezioni separate dagli italiani per imparare meglio la nostra lingua”.

Separare gli studenti madrelingua dagli stranieri rende veramente possibile un migliore apprendimento dell’italiano per i nuovi arrivati? O semplicemente li ghettizza e li rende alunni di ‘serie b’? Il condividere la stessa aula e gli stessi professori fra studenti di nazionalità o di origini diverse non arricchisce forse lo stesso insegnamento nelle scuole e il bagaglio culturale degli alunni?

La Voce d’Italia ha chiesto allora il parere del lettore italiano Valerio Giovetti presso l’Universidad Central de Venezuela e Simón Bolívar e la dottoressa Anna Greco, responsabile didattica presso l’Ambasciata d’Italia a Caracas.

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Gli italiani della terza età: la cucina, il lavoro e le donne

Parlano i clienti del Cafetín di Chacao e quelli del Gran Café di Sabana grande di Caracas. Raccontano la storia della loro vita dall’arrivo in Venezuela negli anni ’50 fino ai giorni nostri

Gran café di Sabana frande a Caracas
Gran café di Sabana grande a Caracas

CARACAS – “Io sono felice con due peperoni verdi fritti e una patata bollita. Questa è la nostra tradizione: mangiare bene” dice Ernesto sorridendomi in piedi con le mani in tasca. Intorno a lui ci sono gli amici italiani del Cafetín Sucre di Chacao con cui passa tutti i pomeriggi a Caracas da quando è in pensione.

Camicia bianca a quadretti, canottiera della salute, orologio da polso, sguardo pacato: gli italiani del Cafetín chiacchierano, giocano a tresette, bevono un caffè, sorseggiano un bicchiere d’acqua, non fumano quasi. Seduti ai tavolini gialli di plastica sul marciapiede della strada Sucre alle 6 del pomeriggio al tramonto, si lanciano delle occhiate furtive fra di loro prima di decidere se aprirsi e lasciarsi andare.

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