Venezuela, la sfida delle Comuni contro la crisi

di Barbara Meo-Evoli

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L’obiettivo: essere autosostenibili. L’aggregazione delle istanze comunali dovrebbe a lungo termine rimpiazzare l’attuale Stato

Nelle Comuni socialiste convivono i poteri pubblici classici con quelli eletti in maniera autonoma dalla popolazione per gestire le proprie politiche pubbliche e il proprio bilancio. Secondo il progetto ‘chavista’, l’aggregazione delle istanze comunali dovrebbe a lungo termine rimpiazzare l’attuale Stato

CARACAS – “Da quando sono bambino mi sono battuto contro l’ingiustizia, l’ho vista abbattersi su tante famiglie della mia zona e l’ho sentita in prima persona. Sono cresciuto in una zona rurale in una famiglia contadina discriminata come tante altre” racconta Juan Angel Retaco portavoce della Comune Negro Primero situata nella zona centrale del Venezuela.

Sono migliaia oggigiorno i portavoce delle nuove istanze territoriali che, nate a partire dal 2002, hanno acquisito personalità giuridica con la legge del 2006. Queste istituzioni, denominate Consigli comunali, gestiscono le politiche pubbliche e il bilancio di comunità composte da un minimo di 150 famiglie residenti in uno stesso ambito territoriale. Sono presenti su tutto il territorio oltre 45 mila Consigli comunali sia nelle città che nelle campagne e una parte di questi Consigli ha deciso di federarsi per dare vita alle Comuni, un modello organizzativo lanciato dal governo dell’ex presidente Hugo Chávez.

Le Comuni sono rappresentate da un organo con poteri finanziari, esecutivi e legislativi composto da due portavoce eletti a suffragio universale in ogni Consiglio comunale membro. I Consigli comunali sono un’espressione di democrazia diretta visto che i cittadini residenti sul territorio possono, senza alcuna intermediazione, esercitare direttamente il potere legislativo nelle assemblee generali.

Secondo la legge del 2010, con l’unione delle Comuni che rappresentano tutto il territorio venezuelano si costituisce lo Stato comunale, modello che Chávez prima della sua morte aveva definito come l’unico compimento del progetto socialista da lui promosso. In particolare, dall’aggregazione delle Comuni sorgerebbero le Città comunali, dalla fusione delle Città comunali le Confederazioni e dall’associazione di quest’ultime nascerebbe lo Stato comunale che rimpiazzerebbe l’attuale Stato.

Dal canto loro, i partiti di opposizione al governo di Nicolás Maduro che oggi detengono la maggioranza in Parlamento hanno reputato incostituzionale la formazione di un parlamento comunale nazionale composto da una selezione rotativa dei portavoce dei Consigli comunali. Uno dei più ferventi nemici delle Comuni è il sindaco del municipio Baruta di Caracas Gerardo Blyde della coalizione di opposizione Mud (Mesa de la Unidad democrática) che ha affermato: «le Comuni prendono spunto dai ‘soviet’ e l’adozione di questo modello organizzativo territoriale porterà il paese al comunismo».

Degli ostacoli al consolidamento delle Comuni non sono stati posti solo dall’opposizione ma anche da rappresentanti dello stesso ‘chavismo’ al governo e al potere nelle diverse amministrazioni locali e regionali legati al vecchio modello di stato che Chávez ha cercato di seppellire. “Si genera una tensione creativa permanente tra le Comuni e il governo” sostiene Gerardo Rojas, portavoce della Comune urbana Ataroa di Barquisimeto, una città ad ovest del paese. “Il dialogo è fondamentale per modificare le relazioni di potere sul nostro territorio e raggiungere l’autosostenibilità, l’autonomia dallo Stato e il pieno sviluppo del tessuto sociale, economico e culturale”. Dal canto suo Retaco segnala che il ministero delle Comuni non si è caratterizzato per celerità nella concessione della personalità giuridica alla Comune a cui appartiene (Negro Primero) visto che ha impiegato ben due anni per portare a termine questo procedimento amministrativo.

Le Comuni attualmente apportano una quantità considerevole di prodotti alimentari al fabbisogno del Venezuela, un paese che è estremamente vulnerabile alla volatilità del prezzo del petrolio da cui dipendono gran parte delle sue importazioni. A partire dalla metà del 2014, ovvero dalla flessione del prezzo del greggio, lo stato non ha più potuto agevolare le imprese importatrici con il tasso di cambio favorevole che era stato concesso per un decennio e quindi la quantità di prodotti sul mercato è diminuito. La scarsità permanente, esistente da due anni, di beni di prima necessità calmierati e sussidiati dallo stato è causata non solo dalla riduzione del finanziamento del governo alle importazioni, ma anche dalla rivendita illegale e speculativa da parte di terzi e delle stesse imprese produttrici a prezzi maggiorati fino all’800% rispetto al prezzo stabilito dalle legge.

Dall’insediamento al potere di Chávez fino ad oggi, la logica della stragrande maggioranza delle imprese private venezuelane è sempre stata puramente mercantilistica: abbassare i costi di produzione e aumentare il proprio guadagno alle spese dello stato che ha concesso loro durante dieci anni un cambio agevolato trasformatosi in un sussidio indiretto. Anche la produzione agricola e la trasformazione agroalimentare delle Comuni è finanziata dallo stato attraverso diversi fondi ma la logica di queste istituzioni è diversa: produrre sì ma con un profitto modesto, con l’obiettivo di rispondere alla domanda di beni e servizi dei settori popolari, di contribuire allo sviluppo del paese e di far funzionare il progetto socialista lanciato da Chávez.

“Le Comuni hanno fatto grandi passi avanti nella produzione primaria, nella capacità di trasformazione agroindustriale, nella distribuzione di prodotti nei mercati comunali pianificata sulla base delle necessità delle comunità locali e nell’uso di marche collettive con la denominazione di origine della Comune. Oggi possiamo dire che l’insieme delle Comuni attive in Venezuela ha la capacità di influire sull’economia nazionale” spiega Rojas. Quest’opinione è corroborata da Moisés Guevara, portavoce della Comune di Barquisimeto Chávez une a los pueblos (Chávez unisce i popoli) che sostiene che “nel 2015 è stato prodotto dalle Comuni un dodicesimo del fabbisogno nazionale di farina di mais grazie al programma di concessione di prestiti agevolati disposto dal governo”.

Anche Isly Castellanos, portavoce della Comune rurale Minas de Buría, situata nella zona occidentale del paese, condivide l’opinione di Rojas e Guevara sull’aumento della produzione e sul consolidamento dell’autonomia comunale che si sono registrati nonostante la crisi economica che sta affrontando il paese. “Abbiamo creato la Comune nel 2012 a partire dall’unione di 9 Consigli comunali, oggi siamo 15 e presto si aggiungeranno altri 4 Consigli comunali. Oggi produciamo carne bovina, caprina, suina, pollame, legumi e cereali. Le politiche sociali nel campo della sanità, l’istruzione, l’economia che portiamo avanti corrispondono alle necessità della nostra comunità residente poiché sono espressione della nostra volontà, mentre spesso le politiche lanciate dal governo centrale di Chávez erano dirette principalmente allo sviluppo urbano e hanno generato un’emigrazione dalle campagne verso le città” chiarisce Castellanos.

“L’obiettivo principale della nostra Comune è sviluppare l’agricoltura e l’allevamento senza dipendere dalle importazioni, né dall’acquisto di materie prime e strumenti di lavoro venduti dal settore privato e dallo stato. Vogliamo promuovere lo scambio commerciale con altre Comuni urbane e rurali del paese che offrono beni e servizi che noi non produciamo e che hanno economie complementari alla nostra. Lo scambio potrà eseguirsi sotto forma di baratto o con l’uso di una moneta creata dalle Comuni e sganciata dalla moneta nazionale in corso” precisa con entusiasmo Castellanos, una ragazza di 21 anni che si è dedicata alla creazione della Comune fin dai suoi albori.

In un momento di difficoltà per il paese che sta patendo le conseguenze della sua dipendenza da tutto ciò che è prodotto all’estero a prezzi fissati sulla base di una remunerazione del capitale e dei lavoratori del mondo occidentale estremamente più elevata di quella locale, Augusto Espinoza, portavoce della Comuna Cagigal situata sulla costa ad est del paese, è convinto che l’obiettivo primario sia raggiungere l’autosufficienza alimentare.

“La nostra produzione di tuberi, legumi, caffè, pesce, pollame e carne suina è interamente venduta ai 30 mila abitanti della zona a un prezzo un terzo più basso di quello del settore privato” afferma Espinoza con aria soddisfatta. “Oggi la nostra produzione di pollame corrisponde a un decimo del fabbisogno della popolazione della nostra sfera d’influenza poiché tuttavia siamo obbligati ad acquistare a prezzi elevati dal settore privato i componenti nutritivi necessari (cereali, soia e proteine), ma a breve saremo autosufficienti perché disporremo di tutti gli elementi di cui si compone il mangime: la farina di pesce sarà frutto della trasformazione del pesce della nostra costa in una fabbrica di proprietà comunale e i cereali e la soia saranno acquisiti sotto forma di baratto con le comune confinanti”.

“Oltre ad aumentare la produzione di cereali nel nostro territorio comunale, fra un anno, quando termineremo di costruire un altro stabilimento, produrremo anche insaccati e farina di mais. È lungo il cammino verso l’indipendenza e la libertà ma vale la pena intraprenderlo” conclude Espinoza.

La produzione comunale permette quindi la vendita diretta del produttore al consumatore e l’eliminazione di una miriade di intermediari della filiera che hanno la capacità di far gonfiare il prezzo di un bene fino al 1.000%. Il sistema comunale si qualifica quindi come una valida alternativa ad un sistema agroalimentare intensivo impiantato in altri paesi dell’America latina e fondato sulla specializzazione produttiva che penalizza il primo anello della filiera: i produttori agricoli, i quali si trovano impotenti ad essere compressi fra i crescenti costi dei fattori produttivi e i prezzi di vendita all’ingrosso imposti dal settore privato.

“I mercati all’ingrosso in tutto il Venezuela sono gestiti da mafie organizzate che schiacciano i piccoli produttori imponendogli dei prezzi estremamente bassi rispetto al loro esorbitante guadagno”, precisa Raminfo Villegas, portavoce della Comune urbana Chávez une a los pueblos.

“Il modus operandi degli acquirenti all’ingrosso che controllano i mercati è il seguente: fanno aspettare durante diversi giorni i contadini in fila davanti ai mercati minacciandoli di non comprare il loro raccolto. I produttori agricoli cercano di opporsi all’abbassamento del prezzo di acquisto ma alla fine sono obbligati a cedere per due motivi: evitare che i loro prodotti, essendo deperibili, marciscano e non pagare un prezzo spropositato per l’affitto del camion usato per il trasporto”.

Retaco, di Negro Primero, una delle Comuni più antiche che ha cominciato il suo processo di gestazione nel 2003, concorda con Villegas sugli attuali benefici della gestione comunale. “Una prova della nostra efficienza è data dall’aumento del territorio a gestione comunale: abbiamo cominciato con un’assemblea di qualche centinaio di cittadini e oggigiorno la Comune è composta da 13 organizzazioni socio-produttive e 12 mila e 500 cittadini, inoltre abbiamo già intavolato delle discussioni con altre 4 Comuni limitrofe con l’obiettivo di creare la prima Città comunale del paese” dice con umiltà.

La gestione comunale non si traduce obbligatoriamente in proprietà collettiva delle terre e dei mezzi di produzione, ciò varia secondo il territorio e la volontà degli abitanti. “Nella nostra Comune vi sono 1.200 appezzamenti di circa 40 ettari l’uno a gestione familiare e 50 ettari di terra di proprietà comunale, entrambi sono finanziati attraverso la spesa pubblica della Comune. La partecipazione di un produttore agricolo in una Comune implica l’assoggettamento all’imposta comunale che si traduce nella cessione di una parte della sua produzione alla Comune” indica Retaco, mentre nella Comune Minas de Buría circa il 10% della terra coltivata è di proprietà collettiva.

Il governo di Maduro per adempiere a una delle linee direttive della politica lanciata dall’ex presidente Chávez ha finanziato numerosi progetti di sviluppo presentati dai Consigli comunali e dalle Comuni. La legge stabilisce che il 33% delle entrate tributarie dello Stato sia destinato alle Comuni, il 5% all’amministrazione centrale e il 62% alle amministrazioni regionali e locali. “Il 33% di questo 62% dovrebbe essere trasferito dalle amministrazioni regionali e locali alle Comuni ma ciò non è avvenuto”, precisa Retaco contrariato aggiungendo che “il dibattito permanente è una caratteristica di qualsiasi processo rivoluzionario che voglia questionare e modificare l’ordine prestabilito”.

Le Comuni non sono ancora, quindi, autonome a livello finanziario visto che parte delle loro attività dipende dai finanziamienti ricevuti dall’amministrazione centrale e dalla banca pubblica. “Applichiamo il principio dell’autocostruzione e dell’autofinanziamento quando ciò è possibile”, dichiara Castellanos, “altrimenti svolgiamo i progetti con finanziamento pubblico depositato presso una banca pubblica tradizionale. Il nostro obiettivo a medio termine è creare una banca della Comune con competenza ad emettere una valuta locale complementare a quella ufficiale nazionale”.

“Oggi possiamo riscontrare” conclude Rojas, “un maggiore entusiasmo e una più ampia volontà della popolazione nella costruzione delle Comuni rispetto agli anni della congiuntura favorevole, quando il petrolio si aggirava intorno ai 100$ al barile. La crisi può accellerare la creazione e la registrazione di queste strutture di autogoverno comunitario in tutto il paese”.

Queste stesse istanze territoriali che, attraverso la pratica dei settori popolari, daranno le risposte ai molteplici quesiti ancora aperti sulla loro gestione, stanno svolgendo inoltre un ruolo nuovo: stanno ridimensionando il concetto di dominio del sistema economico a favore del sistema sociale e culturale, ridefinendo cosa deve crescere e cosa deve decrescere.

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