Venezuela, la guerra tra Stato e paramilitari

di Barbara Meo-Evoli

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Primo trimestre del 2016: 4.696 omicidi. Sei dirigenti chavisti uccisi negli ultimi due anni.

La testimonianza di un abitante di una zona popolare controllata da una banda criminale in cui da un anno non entra la polizia. Gli assassini di agenti delle forze dell’ordine sono pagati dalla criminalità organizzata in contanti in moneta locale tra 750 e 1.500$

“Ci hanno chiamato il giorno prima delle elezioni legislative di dicembre scorso e ci hanno ordinato di votare per la coalizione d’opposizione Mud (Mesa de la Unidad democrática)”, dice Jairo (nome di fantasia adottato per proteggere il testimone), portavoce di un consiglio comunale del quartiere di San Vicente, una zona controllata da un’organizzazione criminale, nella città venezuelana di Maracay.

“Il boss e i vicecapo della nostra zona sono in lotta con il governo attuale filo-chavista di Nicolás Maduro” afferma sicuro di sé mentre sale per le scale impervie che portano a casa sua. Jairo è nato a San Vicente, un quartiere dove vivono circa 60 mila persone appartenenti alle fasce più povere della popolazione della città, si è laureato ma non esercita la professione corrispondente alla sua formazione, preferisce vivere di vendite a domicilio che, se da un lato gli permettono maggiori profitti, lo obbligano a vivere nella precarietà. Jairo sostiene che l’organizzazione criminale si è strutturata gerarchicamente per riuscire a controllare gli affari illeciti della zona dove opera: “Da un anno una banda detiene il controllo di questo quartiere e impedisce l’accesso della polizia. Tutti i consigli comunali, le istanze di autogestione del territorio elette dai residenti, sono sottomessi alle regole imposte dai ‘pransitos’, i vicecapo, i quali a loro volta ricevono ordini dal boss che si trova nel carcere di Tocorón a circa 40 km dalla città. Sono diminuiti i furti e le rapine nella zona perché l’organizzazione si incarica dell’ordine pubblico, uccidendo direttamente i responsabili dei delitti”.

Inoltre nella fattispecie di San Vicente “l’organizzazione criminale usa uno spazio pubblico immenso come base per le proprie operazioni illecite che è adibito a discarica di rifiuti tossici, deposito di veicoli rubati, nascondiglio di ostaggi sequestrati e fossa comune, e il governo regionale filo-chavista vuole riprenderne il controllo, perciò a maggior ragione i primi sono in guerra permanente con il governo” assicura con tranquillità come se niente fosse.

Il sociologo e direttore dell’associazione Paz Activa (Pace Attiva), Luis Cedeño, e l’analista politico del think tank Misión Verdad (Missione Verità), Diego Sequera, coincidono sul fatto che dei nuovi gruppi irregolari armati come la banda di San Vicente abbiano negli ultimi due anni, non solo ampliato il loro controllo territoriale, ma anche adottato una gerarchia simile a quella di un corpo armato ufficiale.

Anche il più importante quotidiano di cronaca venezuelano ‘Ultimas Noticias’ conferma l’adozione di una struttura militare da parte delle organizzazioni nuove e di quelle che si sono consolidate negli ultimi anni sostenendo che «non funzionano come un apparato delinquenziale». «In particolare a Caracas, queste organizzazioni che ricevono ordini dai centri penitenziari di varie regioni del paese hanno pianificato di mettere da parte la polizia per impadronirsi di intere zone popolari» si legge nella testata.

Dal canto suo, Freddy Bernal, l’ex capo della polizia e attuale dirigente del PSUV (Partido socialista unido de Venezuela), asserisce che queste organizzazioni hanno ereditato ed applicano le tecniche paramilitari colombiane: «I gruppi irregolari sono portatori di una cultura paramilitare e di una forma paramilitare di fare politica, ciò non significa che siano composti da membri delle AUC (Autodefensas unidas de Colombia)», un’organizzazione paramilitare colombiana di estrema destra «giacché il 99% dei paramilitari che agiscono oggi in Venezuela sono venezuelani».

I delitti compiuti da questi gruppi criminali spaziano dall’omicidio a pagamento, all’estorsione, rapina, rapimento, produzione e distribuzione di grandi quantità di stupefacenti, microtraffico di droghe, frode cambiaria, traffico di armi e contrabbando di prodotti calmierati nascosti e rivenduti al mercato nero e all’estero a un prezzo molto più alto.

Oltre ad aver delineato le diverse fattispecie di reato, l’ex-presidente del Parlamento e dirigente del PSUV, Diosdado Cabello, ha denunciato l’infiltrazione delle istituzioni pubbliche da parte della criminalità organizzata attraverso l’applicazione di pratiche estorsive e vessatorie ai danni di funzionari appartenenti principalmente ad organi amministrativi locali, della pubblica sicurezza e competenti in materia d’immigrazione e imposte. Dal canto suo, Nelson Moreno, l’attuale governatore socialista della regione Anzoátegui, ha chiesto lo scioglimento di un corpo della polizia nazionale operante nella regione a causa del coinvolgimento di vari poliziotti in delitti compiuti da organizzazioni criminali. Infatti, se da un lato vi sono numerosi poliziotti ed altri funzionari pubblici costretti a collaborare con la criminalità, esistono anche casi in cui questi ultimi sono complici delle bande che offrono tangenti in cambio di favori, concessioni, informazioni ed atti amministrativi.

Oltre all’intensificarsi della violenza e quindi all’aumento del numero di omicidi, che secondo Luisa Ortega, la procuratice nazionale, sono stati 4.696 nel primo trimestre del 2016, vari dirigenti chavisti e dell’opposizione hanno puntato il dito sull’incremento esponenziale degli omicidi di agenti della polizia che, secondo la stampa nello stesso arco temporale, sarebbero stati una cinquantina.

“Pagano in contanti in moneta locale un prezzo che varia tra i 750$ e i 1.500$ per l’assassinio di un poliziotto” afferma Jonathan (nome di fantasia adottato per proteggere il testimone). Questi proventi sono da tre a sei volte più alti dello stipendio percepito da un professionista in Venezuela. Secondo la tesi di Cedeño, che ha co-diretto un sondaggio finanziato dall’Unione europea sul crimine organizzato, “la maggior parte degli agenti della polizia vengono uccisi con la finalità di sottrarre loro le armi in loro possesso da delinquenti comuni che appartengono a grandi bande”.

Per quanto riguarda la composizione di queste organizzazioni, Cedeño sostiene che “sono formate da un minimo di 50 a circa 400 persone. I membri sono principalmente uomini di estrazione sociale umile che risiedono nelle aree urbane. I soldati di queste bande sono giovani tra i 15 e i 24 anni, i boss hanno tra i 25 e i 30 anni e vengono reclutati bambini dai 10 ai 14 anni. Oltre all’abbassamento dell’età dei membri, un altro fenomeno che caratterizza queste grandi bande è la partecipazione attiva delle donne che rappresentano circa il 10% dei componenti e sono le responsabili degli arsenali e della prigionia dei sequestrati”.

“L’aumento attuale della violenza è una conseguenza dei negoziati portati avanti a partire dal 2013 dal governo con le organizzazioni criminali. Lo Stato proponeva il reinserimento nella società ai membri delle diverse bande offrendo strumenti di lavoro e formazione in cambio del disarmo e della smobilitazione”, dichiara Cedeño. “Questa politica è stata un fallimento poiché la riduzione della presenza delle forze dell’ordine nelle zone pacificate ha avuto un effetto totalmente controproducente”.

Se per Cedeño il consolidamento di vari gruppi irregolari nel paese è frutto di una carenza di controllo del territorio e dell’inefficienza dello Stato, per Sequera questi stessi gruppi sono invece preparati, formati e finanziati per distruggere lo Stato venezuelano che, dal canto suo, fa il possibile per frenare la loro crescita. “Possiamo fare un parallelo fra il gruppo terroristico ISIS in Siria e le bande paramilitari in Venezuela. Entrambi sono un esercito privato, si caratterizzano per la loro brutalità contro la popolazione, per esacerbare conflitti esistenti, nel caso dell’ISIS, tra etnie e religioni diverse, e del Venezuela, fra chavismo e opposizione, per utilizzare giovani dei settori più umili della popolazione come carne da cannone, per avversare il governo al potere e per essere allineati con gli interessi geostrategici degli Stati Uniti” spiega Sequera.

In realtà, le infiltrazioni paramilitari dirette a sferrare attacchi allo stato venezuelano hanno una lunga storia nel paese: fra le prove tangibili di queste infiltrazioni vi sono la cattura di 153 soldati colombiani irregolari nell’azienda agricola Daktari limitrofa a Caracas nel 2004 e la cattura del paramilitare colombiano “Miguelito” nella zona Río de Oro vicino alla frontiera occidentale nel 2005.

Recentemente sono stati detenuti due dirigenti studenteschi dell’opposizione che avevano ricevuto una formazione militare e partecipato in programmi volti alla caduta del governo di Maduro: Lorent Saleh e José Perez Venta. Il primo era stato addestrato in un accampamento nel centro del Venezuela, ha dichiarato di essersi recato in Colombia per cercare l’appoggio di militari colombiani per far cadere il governo venezuelano e, prima dell’estradizione in Venezuela, stava frequentando l’accademia militare di Bogotà a cui normalmente accedono unicamente militari di nazionalità colombiana. Il secondo, militante della MUD e assassino di un’altra militante dell’opposizione, ha riconosciuto in un interrogatorio di aver ricevuto addestramento paramilitare con un gruppo di 30 persone in una zona rurale alla frontiera con la Colombia.

Su ciò su cui non vi è ombra di dubbio è che gli omicidi politici fino ad adesso hanno mietuto vittime solo nelle file del chavismo. Il primo attentato terroristico si è verificato nel 2004 contro il procuratore Danilo Anderson mentre stava indagando su oltre 400 persone coinvolte nel tentativo di colpo di stato avvenuto nel 2002 contro l’ex presidente Hugo Chávez. Dopo di lui sono stati assassinati, nel 2014, Eliézer Otaiza, ex capo dei servizi segreti venezuelani e assessore del Comune di Caracas e Robert Serra, deputato del PSUV; e, nel 2016, Ricardo Durán, uno dei giornalisti più importanti di orientamento chavista e capo dell’ufficio stampa del Comune di Caracas, Cesar Vera, consigliere regionale della regione Tachira e militante di un partito facente parte della coalizione chavista, Marco Tullio Carrillo, sindaco di La Ceiba, una cittadina della zona andina, e Fritz St. Louis, ex candidato chavista alle elezioni legislative.

Secondo l’opposizione, tutti i personaggi e dirigenti chavisti uccisi sarebbero vittime di organizzazioni delinquenziali mosse semplicemente da moventi economici, mentre secondo il chavismo, sarebbero vittime di attentati compiuti da gruppi irregolari appoggiati dall’opposizione con il fine di eliminare, intimidire, ostacolare i propri avversari politici.

Ciò che è certo, su cui concidono l’associazione Paz Activa e il think tank Misión Verdad, è che il finanziamento delle organizzazioni a carattere paramilitare che hanno consolidato il controllo di diverse zone del paese proviene dall’esecuzione di crimini pianificati: sequestri con pagamento del riscatto in dollari, pagamento del pizzo da parte di esercenti di attività commerciali in cambio di una supposta protezione, retribuzioni per omicidi e vendita di stupefacenti.

Dal canto suo, Pérez Venta, un militante della coalizione MUD, uno dei leader delle proteste violente del 2014 contro il governo di Maduro che hanno lasciato il saldo di 43 morti, assassino e reo confesso, ha dichiarato in un interrogatorio che «i disturbi erano finanziati dai deputati repubblicani statunitensi Marco Rubio e Ileana Ross e pianificati dai leader dei partiti dell’opposizione». Durante le proteste del 2014 alcuni gruppi di manifestanti attaccarono diverse istituzioni pubbliche, tra cui la sede centrale della Procura a Caracas.

Oltre a una seconda incursione contro la sede della Procura della capitale, anche altre istituzioni pubbliche sono state attaccate con granate negli ultimi due anni da organizzazioni a carattere paramilitare in diverse città del paese. Per esempio dopo il blitz contro una delle bande più potenti del paese, El Picure, in cui è stato ucciso il suo boss, vi sono state 5 offensive violente contro 5 sedi della polizia a Caracas e nella regione dove la banda aveva stabilito la sua base operativa.

Oltre al blitz contro El Picure, la settimana scorsa si è registrata un’altra vittoria dello Stato sulle organizzazioni a carattere paramilitare: a seguito di uno scontro a fuoco tra le forze dell’ordine e una banda attiva nel sud del paese, è stato ucciso un altro re del terrore, il boss El Topo.

Questa è un’altra prova della volontà e della capacità dello Stato venezuelano di disarticolare le bande armate che, a prescindere dal loro finanziamento e dai loro presunti vincoli con l’opposizione denunciati dal chavismo, hanno un chiaro obiettivo: debilitare il governo attuale.

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