Strategia della tensione in versione venezuelana alla vigilia di un voto storico

di Barbara Meo-Evoli

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CARACAS – Nella metro una donna grida: “Viva Chávez, vinceremo” prima di uscire dal vagone, mentre, a pochi metri, delle altre persone di opposizione si lamentano a voce alta delle attese interminabili a cui sono obbligate per comprare i prodotti calmierati di prima necessità. Scene di questo genere sono comuni in Venezuela, a pochi giorni dalle elezioni parlamentarie del 6 dicembre definite da numerosi  dirigenti politici tra le più importanti dell’era del “chavismo”[1].

Questi episodi, come le manifestazioni di piazza ricorrenti promosse sia dal chavismo che dall’opposizione, i battibecchi e gli insulti lanciati sulle reti sociali, gli editoriali infuocati presenti sui quotidiani, gli anatemi proferiti nei programmi televisi da dirigenti di entrambe le parti sono la prova dell’altissima polarizzazione della società venezuelana. Questo è stato un elemento caratteristico della vita politica del paese fin dal 2002, l’anno del colpo di stato promosso dall’opposizione contro Hugo Chávez. Ma dall’epoca delle manifestazioni violente tenutesi nel 2014 per chiedere l’uscita di scena del successore di Chávez alla presidenza, Nicolás Maduro, la tensione che vive il Venezuela non è più solo il frutto dell’estrema polarizzazione naturale tra due visioni contrapposte del paese.

Una visione è figlia di Hugo Chávez, colui che è stato il propulsore dell’unione dell’America latina, della fine dei trattati di libero commercio troppo favorevoli agli Usa, dello stop all’indebitamento con il Fondo monetario internazionale, dell’aumento del prezzo del petroleo, della redistribuzione della rendita petrolifera attraverso vasti programmi sociali nel campo dell’istruzione, la cultura, la salute e l’edilizia popolare.

L’altra visione è figlia dei partiti politici tradizionali (Azione democratica e Copei principalmente) che hanno governato il paese negli anni precedenti alla prima presidenza di Chávez e che oggi si trovano all’opposizione. Questa seconda visione del paese si concentra nell’avversare tutte le scelte politiche fatte dal governo, oltre a proporre la restituzione della proprietà di determinate imprese nazionalizzate negli ultimi anni, l’abbandono del regime di cambi fissi bolivar-dollaro e una nuova alleanza con gli Stati Uniti e la Nato.

La tensione degli ultimi due anni non è più solo la conseguenza dello scontro tra due diverse ideologie e idee di società ma è il frutto di una strategia pensata, disegnata e messa in pratica dagli avversari del “chavismo” con l’obiettivo di far cadere il governo. La posta in gioco nelle prossime elezioni è alta. I venezuelani sono chiamati a eleggere 167 deputati che avranno l’incarico di legiferare e ratificare i trattati internazionali per i prossimi cinque anni. Visto l’attuale disprezzo professato dall’opposizione nei confronti del chavismo, è naturale prevedere che, nel caso in cui questa vincesse, il parlamento si dedicherebbe a sbarrare la strada a qualsiasi proposta dell’attuale esecutivo socialista spingendo il paese verso l’ingovernabilità.

A pochi giorni dal voto che riaffermerà o indebolirà il partito e il movimento chavista, le misure disegnate dall’opposizione e tese a far innalzare il livello dello scontro tra le forze sociali e politiche e a generare scontento nella popolazione venezuelana si sono moltiplicate. L’Italia conosce questo tipo di manovre, essendo stata, durante gli anni di piombo, teatro del primo esperimento di applicazione della strategia della tensione. Gli autori della strategia tesa a imporre una svolta politica reazionaria e a bloccare lo spostamento dell’asse governativo verso l’estrema sinistra, nella fattispecie italiana, sarebbero stati gruppi neofascisti, una parte dei servizi segreti dello stato e settori importanti dei partiti di governo appoggiati dagli Stati Uniti; mentre nella fattispecie venezuelana, sarebbero settori dei partiti di opposizione di destra appoggiati da determinate potenti imprese private e dagli Usa.

I fatti che corroborano l’ipotesi dell’applicazione in Venezuela di un disegno eversivo teso alla destabilizzazione e al disfacimento dell’equilibrio attuale sono molteplici.

Negli ultimi anni si sono verificati numerosi sabotaggi delle infrastrutture elettriche, in particolare, solo nelle ultime due settimane vi sono state quattro esplosioni che hanno portato il governo a disporre lo spiegamento dell’esercito per la protezione delle maggiori centrali. Non sono nuovi questi attacchi in Venezuela, durante il periodo delle “guarimbas”, ovvero le manifestazioni violente del 2014, si erano registrati due incendi dolosi nel parco naturale contiguo a Caracas e un tentativo di avvelenamento dell’acqua nello stato di Merida[2].

Oltre agli atti di sabotaggio, si sono moltiplicati i tentativi di screditare Maduro attaccando i suoi collboratori e la sua famiglia. Il 13 novembre sono stati arrestati dall’Agenzia antidroga statunitense (Dea) ad Haiti e deportati a New York due presunti narcotrafficanti che sono stati identificati come nipoti del presidente Maduro. Il procedimento giudiziario è stato poco trasparente e stranamente non è stato sequestrato neanche un grammo di cocaina quando invece la grande stampa aveva denunciato la confisca di 800 kg[3].

Inoltre la coalizione di opposizione (la “Mesa de la Unidad democratica”, Mud) ha rifiutato di sottoscrivere l’accordo di accettazione dei risultati elettorali proposto dall’Unione delle nazioni sudamericane (Unasur) minando la fiducia dei cittadini nei confronti dell’ente responsabile delle consultazioni elettorali (Cne) e lasciando quindi intendere che, nel caso in cui non vincesse, denuncerebbe brogli elettorali. È immediato il parallelo con il non riconoscimento dei risultati accompagnato dall’invito a scendere in piazza del leader della Mud, Capriles Radonski, all’indomani delle elezioni presidenziali dell’aprile del 2013, che aveva generato dei disturbi lasciando un saldo di nove morti.

Il finesettimana precedente alle elezioni si sono propagati sulle reti sociali dei falsi annunci di oltre 5 mila mercati straordinari di prodotti calmierati a prezzi sussidiati dal governo. Poche ore dopo delle fonti non ufficiali hanno dichiarato la sospensione dei mercati popolari e si sono così generate delle piccole proteste contro l’annullamento di queste iniziative. Chi ha diffuso quest’informazione falsa tesa a creare scontento?

Le lunghe file di attesa nei supermercati pubblici e privati per l’acquisto di beni di prima necessità si sono cominciate a formare a partire dalla metà del 2014 e sono una realtà incontestabile. A partire dalla flessione del prezzo del greggio lo stato non ha più potuto sostenere il sussidio alle imprese importatrici erogato per anni e quindi il numero di prodotti importati sul mercato è diminuito. Tutte le imprese venezuelane hanno diritto di cambiare la moneta locale (il bolívar) in dollari statunitensi al tasso di cambio fisso agevolato per importare beni e prodotti necessari per le loro attività. Bisogna però tenere in considerazione che, oltre al tasso fissato dallo stato, ne esiste uno “parallelo” che sfugge al controllo dello stato, che è stabilito dalla domanda e dall’offerta della valuta statunitense fra privati e che è di gran lunga sfavorevole per gli importatori venezuelani. A causa dell’aumento del divario fra tasso di cambio fisso e “parallelo”, per le imprese importatrici l’accesso al tasso di cambio fisso si è trasformato in un sussidio implicito da parte dello stato. La drastica riduzione di prodotti importati sussidiati dovuta alla diminuzione degli introiti dello stato causata dalla riduzione del prezzo del petrolio è stata quindi una delle cause che ha generato le lunghe attese davanti ai supermercati. Ma chi sono coloro che fanno queste code? Sono le famiglie con redditti bassi ma anche un nutrito gruppo di commercianti illegali che si dedicano alla compravendita di prodotti con prezzi calmierati con fini speculativi. Così oggi, alla riduzione della presenza di prodotti calmierati sul mercato legale che è causata dalla diminuzione delle importazioni sussidiate, si aggiunge quella dovuta alla loro rivendita nel paese a prezzi quadruplicati e al loro contrabbando principalmente con la Colombia. Il governo ha tentato di mettere fine alla fuoriuscita di prodotti sovvenzionati e di benzina (anche questa sussidiata) chiudendo la frontiera con la Colombia ma, fino ad’ora, la misura ha ottenuto scarsi successi a causa dell’implicazione nel contrabbando di numerosi militari venezuelani[4].

Gli altri fatti che confermano la tesi dell’applicazione di una strategia della tensione in funzione antisocialista sono l’assassinio del dirigente del partito di opposizione Azione democratica (Ad), Luis Manuel Díaz, avvenuta il 26 novembre, e altre tre aggressioni ad altri dirigenti della coalizione della Mud messe in atto da soggetti incappucciati e imputate al governo. Chi si avvantaggia di queste violenze pre-elettorali? Non di certo il Partito Socialista Unito del Venezuela (Psuv) bensí l’opposizione che ha una prova in più da aggiungere all’elenco delle violazioni perpetrate presuntamente a suo danno. A seguito dell’assassinio, i media venezuelani di opposizione e decine di media internazionali hanno affibbiato al governo di Maduro l’appellativo di regime spietato che elimina i propri avversari. Ma Díaz non era uno stinco di santo: aveva precedenti penali, dal 2010 era sotto inchiesta per omicidio ed era sospettato di essere il capo di una banda criminale in lotta con gli avversari per il controllo della zona. D’altro canto, è comunque irrefutabile che tuttora il Venezuela si caratterizzi per gli alti indici di delinquenza e che le misure attuate dai governi socialisti di Chávez e Maduro non sono state sufficienti per debellare questa piaga storica del paese.

Per concludere il quadro di questo clima che è stato reso a proposito estremamente teso, la più importante leader della Mud, Lilian Tintori, moglie di Leopoldo López in carcere per incitazione alle violenze avvenute nel 2014, ha imputato a priori a Maduro la responsabilità di qualsiasi tipo di atto violento di cui potrebbe essere vittima.

Perché i media main stream hanno taciuto quando le vittime delle violenze sono state dei leader del chavismo come Eleazar Hernández, Robert Serra o Génesis Arguinzones?

I cittadini venezuelani sono totalmente consapevoli dei problemi irrisolti dall’attuale governo: l’inflazione, l’insicurezza e la corruzione, ma lo sono anche dei punti forti. Primo fra tutti l’aver dato la possibilità alla maggior parte della popolazione di avere voce e di partecipare alla costruzione politica, sociale ed economica di un paese nuovo e più giusto.

[1] Elias Jaua, candidato del Partito Socialista Unito del Venezuela (Psuv) nello stato Miranda, ha paragonato le prossime elezioni del 6 dicembre al referendum promosso dall’opposizione per revocare il mandato presidenziale di Hugo Chávez che si svolse il 15 agosto 2004. In quell’occasione vinse il “No” alla revoca di Chávez con il 59% dei voti. http://www.aporrea.org/actualidad/n281890.html

[2] http://www.avn.info.ve/contenido/fase-terrorista-ultraderecha-envenenar-agua-m%C3%A9rida-y-quemar-warairarepano

[3] http://www.justice.gov/usao-sdny/file/792936/download

[4] http://versionfinal.com.ve/sucesos/detienen-a-capitan-del-buque-negra-hipolita-por-presunto-contrabando-de-combustible/?utm_source=dlvr.it&utm_medium=twitter

www.meoevoli.eu

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