Colombia, la dura lotta dei minatori invisibili

di Barbara Meo Evoli

Uno dei minatori che lavorano sulla riva del fiume Cauca

MEDELLIN – Il progetto dell’Impresa pubblica di Medellìn (Epm) avrà un altissimo impatto ambientale e ridurrà drasticamente la biodiversità. Il collettivo Hidroituango ha denunciato che la costruzione della maggiore centrale idroelettrica del paese produrrà un’ennesima migrazione forzata della popolazione.

È l’alba sulle sponde del fiume Cauca nel nord della Colombia e migliaia di minatori si dirigono verso la riva ricca d’oro inerpicandosi fra le rocce con gli strumenti di lavoro in spalla. Fino al tramonto tutti i giorni della settimana le mani laboriose dei minatori scavano, spaccano pietre, lavano la terra alla ricerca del metallo prezioso che da secoli viene estratto nella zona.

Ma dall’anno scorso i lavoratori del fiume vivono con un incubo: essere obbligati ad abbandonare le sponde inospitali del Cauca e ritrovarsi senza il lavoro che molti svolgono da quando sono bambini. L’Impresa pubblica di Medellín (Epm) ha iniziato a costruire sul fiume la più grande centrale idroelettrica della Colombia che, secondo il progetto, dovrebbe generare 2 mila 400 mega watt, ovvero un quinto della domanda di energia del paese. L’enorme diga di 225 metri di altezza, che sarà eretta fra il municipio di Ituango e Briceño nella regione di Antioquia, costerà circa 3 miliardi di dollari.

La costruzione di questa infrastruttura e l’inondazione della vallata, secondo l’ingegnere ed esperto in drenaggio Gabriel Echeverri Ossa, non solo priverà del proprio lavoro migliaia di minatori e contadini della zona ma genererà un’enorme quantità di biossido di carbonio e metano, farà estinguere centinaia di specie di flora e fauna e ridurrà drasticamente l’offerta d’acqua per il consumo umano e animale. Non solo. Le acque stantie rischiano di portare malattie per la popolazione come febbre gialla, malaria e dengue. Così i futuri sfollati dal progetto dell’impresa Epm hanno costituito in difesa dei propri interessi l’associazione Asomituango e scelto come portavoce una donna di 29 anni dallo sguardo impavido e le mani segnate dal lavoro: María Magdalena Muñoz.

La sua famiglia ha sempre vissuto la maggior parte dell’anno sulla sponda del fiume in delle piccole capanne fatte con pali di legno raccolti sul bagno-asciuga e un tetto di plastica. La nonna Maria Bertilda Monsalva, 51 anni, e il nonno Gerardo de Jesus Muñoz, 61 anni, con l’estrazione artigianale dell’oro del Cauca hanno tirato su, oltre a Magdalena, altri dieci figli. Quando si sono sposati 35 anni fa vivevano in una casupola di terra in cima alla montagna, oggi, dopo una vita fatta di duro lavoro nella miniera e privazioni quotidiane, hanno potuto comprare un piccolo terreno.

“A causa della costruzione della diga – denuncia Maria Bertilda con voce saggia – perderemo il nostro lavoro. Il governo non può agire come se non esistessimo solo perché siamo gente umile”. Il marito concorda sottolineando che “il fiume è pubblico ed Epm non può impedire ai minatori di andare sulla riva a lavorare”, mentre una delle figlie, Alba Nelly di 28 anni, si domanda lucidamente tra le lacrime come farà a mantenere i suoi tre bambini. Per loro infatti per adesso non ci sarà cassa integrazione.

Le proteste dei minatori del ‘Plan de Icura’ del municipio Briceño dove lavora anche la famiglia Muñoz si sono intensificate dopo che a dicembre scorso l’esercito ha distrutto le capanne di 24 persone che vivevano sulla sponda del settore Tenche obbligandoli ad andarsene.

Maria Cecilia Zerna Posada, 45 anni, due figli e un marito malato, ha deciso di non tacere più le ingiustizie. “Se non potrò più estrarre l’oro – dichiara visibilmente preoccupata – i miei figli non potranno continuare a studiare. A riprova della poca importanza data ai minatori del mio settore – evidenzia con enfasi -, la strada che Epm sta costruendo sulle pendici della montagna è un pericolo per noi per il rischio di frane sulla sponda sottostante dove lavoriamo”.

Nella zona che si trova da decenni sotto il controllo della guerriglia marxista dell’Esercito di liberazione nazionale (Eln), da quando è iniziata la costruzione della gigantesca infrastruttura, sono state inviate centinaia di soldati e di vigilanti privati. Secondo il collettivo Hidroituango formatosi l’anno scorso e composto da organizzazioni sociali, sindacati e politici, la militarizzazione della vallata ha inasprito il conflitto armato esistente da circa cinquanta anni e vi è il rischio che generi un’ennesima migrazione forzata della popolazione. La Colombia è il paese con il maggior numero di rifugiati per violenza al mondo: secondo l’ong Codhes ad oggi vi sono ben 5,2 milioni di ‘desplazados’, la maggior parte provengono dalle zone rurali, sono indigeni e afro-colombiani, e Antioquia è la regione al primo posto per quantità di espulsioni e ricezioni.

“A marzo l’esercito ha minacciato di cacciarci via con la forza dal ‘Plan de Icura’ – afferma Fabio Ramirez -, ci ha accusato di essere degli invasori abusivi delle sponde, ormai proprietà di Epm, e degli alleati dei guerriglieri. L’alone di sospetto che hanno costruito potrebbe giustificare una persecuzione contro noi lavoratori – conclude amaramente – perciò viviamo nella paura”.

La presa di posizione del governatore della regione più ricca della Colombia, Antioquia, non si è fatta attendere. Qualche mese fa, a seguito della sospensione di un altro grande progetto idroelettrico sul fiume Porce causata dalle proteste degli abitanti, Luis Alfredo Ramos ha dichiarato che molti minatori del Cauca erano degli “opportunisti” e dei “furbi” che si erano recati sulle sponde solo per ricevere un’indennità da parte del governo.

Dalle parole ai fatti. A marzo il cavo a cui si agganciavano i lavoratori per attraversare il fiume e arrivare sulla sponda dove estraggono l’oro è stato tagliato tre volte. “Sono stati dei soldati – denuncia, vincendo il timore di una rappresaglia, Cesar Augusto Espinoza Marzo –, li abbiamo visti. Oggi siamo obbligati a camminare sotto il sole, invece che per 30 minuti, per tre ore e dobbiamo portarci in spalla tutto il cibo necessario a sfamarci per una settimana, visto che dove abbiamo eretto le capanne non c’è assolutamente niente: né fogne, né elettricità, né segnale del cellulare”.

Da quando sono stati comprati da Epm i terreni sulle rive del fiume il personale della società di sicurezza Vise ha iniziato a registrare tutti gli accessi dei minatori ma anche a lanciare ripetute intimidazioni contro di loro. “Ogni volta che andiamo via dall’accampamento sulla sponda – dice con rabbia Eleazar de Jesus Arena -, i vigilanti privati ci avvertono che se dovessimo rimanere più di due giorni fuori non ci permetterebbero di tornare nella miniera. Così – prosegue – circa 500 minatori, degli oltre mille che eravamo, hanno già lasciato l’accampamento per paura di ritorsioni e sono andati a cercare lavoro altrove”.

La storia dei minatori e contadini dei municipi attraversati dal fiume Cauca dimenticati dal governo è un triste copione che si ripete anche in altre regioni colombiane come Huila e Santander e in altri paesi latinoamericani come il Brasile e il Messico dove sono in costruzione altre dighe (Belo Monte e El Zapotillo) per la produzione di energia idroelettrica.

“Non vi sono norme che impongono alle imprese incaricate di grandi opere pubbliche di generare benefici anche per le comunità locali” spiega Ivan Cepeda, deputato e attivista dei diritti umani colombiano. “La costruzione di colossali infrastrutture come quella del Cauca, oltre a provocare la distruzione dell’ecosistema, scatena violenze ai danni della popolazione e lo spostamento di migliaia di sfollati verso altre regioni”.

La leader dei minatori e portavoce di Asomituango Magdalena Muñoz chiede qualcosa di semplice, eppure così difficile da ottenere: il rispetto dei diritti degli abitanti che da decenni vivono delle risorse della terra senza deturpare la natura.

www.meoevoli.eu

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