Dietro le sbarre – Ovp: questa non è vita

di Barbara Meo Evoli


CARACAS – “Le condizioni dei detenuti in Venezuela sono inumane” afferma il presidente dell’Osservatorio venezuelano delle prigioni (Ovp), Umberto Prado. La violenza è all’ordine del giorno: nel 2009 sono stati 266 i morti e 635 i feriti.

“Quando escono dal carcere sono peggio di quando entrano” afferma Yusmary L. chiudendo l’uscio di casa. Una vita fatta di sudore, fatica e tanto lavoro e segnata dall’omicidio del figlio all’età di 21 anni. Oggi è membro attivo del consiglio comunale nel barrio di Los Eucaliptos a Caracas. Come molte donne del quartiere sostiene il ‘processo politico’ in atto che le ha dato la possibilità di sperare in una vita migliore. Come molte, sostiene che le carceri erano ‘orribili’ prima di Chávez e così sono rimaste.

Non è la sola a pensarlo. Umberto Prado, il direttore dell’Osservatorio venezolano delle prigioni (Ovp) fondato nel 2003, sostiene che gli obiettivi del progetto di “umanizzazione” delle carceri promosso dal governo, pur essendo ottimi, sono stati concretizzati male.

Secondo i dati dell’Ovp, nelle carceri del paese: nel 1999 vi sono stati 390 morti, nel 2008 ve ne sono stati 422 e nel 2009 i deceduti sono scesi a 366. Numeri che fanno riflettere. Moriva un detenuto al giorno quando si è insediato il presidente Chávez e continua oggi a morire un detenuto al giorno. La violenza ha registrato solo delle piccole variazioni di anno in anno, come per esempio la diminuzione del 13,9% dell’anno scorso. Proprio ieri a causa di uno scontro fra bande rivali sono morti otto detenuti nella prigione di Yare.

La popolazione carceraria è aumentata, il sovraffolamento anche e il ritardo nei processi giudiziali anche. Considerando che la capacità dei penitenziari di tutto il paese è di 15.000 persone, oggi i detenuti sono 32.600, di cui oltre il 60% sono sotto processo, nel 1999 erano invece 22.914, di cui il 57% sotto processo. Intanto anche nell’Italia del primo Mondo quasi la metà dei carcerati è in attesa di giudizio.

Le carceri con assassini, torture e traffico di armi e droga non esistono solo in Venezuela, ma anche in tanti altri paesi dell’America latina. Il Brasile detiene il record con il massacro di 111 persone nel carcere di Carandiru nel 1992, l’ultimo ammutinamento a gennaio con cinque morti nel sud del paese, un sovraffolamento smisurato e una media annuale elevata di omicidi o falsi suicidi non indagati, di torture delle forze dell’ordine a danno dei detenuti e di atti di violenza fra prigionieri (“Qui nessuno dorme tranquillo”, Amnesty International, 1998; “Detenzione crudele”, Human Right Watch, 2003; Relazione annuale AI, 2007).

“Le condizioni di vita nelle prigioni venezolane – spiega chi si reca spesso in prigione – sono inumane. Dentro vi è una totale assenza dello Stato. Nell’80% delle carceri un piccolo gruppo armato detiene il potere, controlla tutta la popolazione carceraria e dirige le estorsioni e i sicariati all’esterno da dietro le sbarre”. Mica con armi di poco conto, ma con pistole, granate, fucili, mitragliatrici. “Il possesso di queste armi, come il pagamento di un ‘pizzo’ settimanale di circa 50 Bs, è legalizzato all’interno del recinto”.

Un’altra grave carenza riguarda il personale penitenziario:

“Secondo le normative di sicurezza – dice Prado – vi dovrebbe essere una forza dell’ordine ogni dieci detenuti, invece ve ne è una ogni 150”.

L’Ovp allora ha stilato un elenco di proposte: attuare la decentralizzazione carceraria stabilita dalla Costituzione costruendo nuovi penitenziari; aumentare, rinnovare e formare professionalmente il personale; differenziare le prigioni per gravità del delitto e pericolosità del detenuto e ristrutturare la maggior parte degli stabilimenti.

Inoltre perché l’Unione europea non potrebbe offrire al Venezuela strumenti e conoscenze per migliorare le carceri già esistenti o cooperare per la costruzione di un nuovo penitenziario modello? Questa una delle tante idee del presidente dell’Osservatorio visto che varie carceri in Europa possono assurgere a esempi di rieducazione dell’individuo.

E gli stranieri, tra cui i 68 italiani, in prigione?

“Per loro è molto più difficile visto che quando entrano non sanno neanche la lingua, la imparano dai loro compagni di cella, fortunatamente ricevono l’appoggio delle rappresentanze consolari e vengono spostati in aree meno pericolose. O si isolano o diventono anche loro malandros”.

Il “piano di umanizzazione” promosso dal governo

Tra gli obiettivi prefissati dal governo di Hugo Chávez vi è quello di trasformare le carceri in centri di riabilitazione dei detenuti. Ma questa meta è stata raggiunta? Sembra di no.

Il “piano di umanizzazione” delle carceri promosso dal ministero degli Interni e lanciato a giugno 2008 si propone innanzitutto di recuperare gli spazi comuni molto rovinati dal tempo e dalla mancanza di manutenzione. Così è stato fatto nel centro penitenziario di Yare (stato Miranda) e di La Planta (sud ovest di Caracas) dove sono stati ristrutturati oltre alle celle, la mensa, la cucina, l’ambulatorio, lo studio dentistico, le aree all’aperto, il sistema di fognature e l’impianto elettrico.

Oltre all’apertura di due nuove carceri modello (Yare III e Coro), sono state organizzate sporadiche attività sportive, musicali e culturali dirette da organizzazioni non governative, per esempio nel marzo dell’anno scorso sono state svolte nella Planta.

Il rappresentante dell’ong ‘Prevención Popular’, Gerson Pérez, attraverso il progetto “Dalle vene della prigione”, sta promuovendo la costruzione in ogni padiglione di un consiglio comunale nell’ottica poi della formazione di una “Comuna penitenziaria socialista”. In progetto vi è anche la formazione di un ‘impresa di produzione sociale’ di proprietà statale i cui utili sono ripartiti equamente fra i lavoratori e utilizzati per la comunità penitenziaria.

Sempre nel centro di detenzione di La Planta, si porta avanti da settembre 2008 il piano sperimentale “La gioventù gestisce le carceri” attraverso cui studenti di giurisprudenza entrano nelle prigioni per ascoltare i bisogni dei detenuti e velocizzare i processi penali in corso di ognuno. Nell’ambito di questo progetto si sono anche organizzate giornate di attenzione medica e attività ricreative, ma fino ad ora il piano non è stato portato negli altri 36 centri penitenziari del paese.

Nell’ambito del “piano di umanizzazione” il ministro degli Interni, Tareck El Aissami, a gennaio ha annunciato che nel 2010 verrà creata la ‘Rete nazionale del Teatro penitenziario’ sulla base dello stesso principio dell’Orchestra creata l’anno scorso e funzionante in varie carceri del paese.

L’anno scorso El Aissami aveva affermato: “Saranno recuperate tutte le carceri del paese per trasformarle in centri dove regna la pace”. Qualche passo avanti rispetto alla condizione disastrosa delle carceri nel 1999 è stato fatto ma ancora non è abbastanza.

Lettera nella paura

La sorella di Roby, un ex-detenuto italiano in Venezuela, luglio 2008:

“Ora è al carcere di Los Teques e la situazione è pessima. Lì comandano i Carcerati, possiamo comunicare giornalmente con lui grazie ad un telefonino che gli permettono di tenere. Tutto a pagamento naturalmente. A oggi ha avuto due contatti con un’ “avvocatessa” per la prima causa e poi il nulla. Abbiamo dovuto pagare per permettergli di avere una brandina ed inoltre deve pagare ogni mese per poter mangiare e bere. Se non paghi ti ammazzano di botte per poi mandarti in un’altra ala del carcere dove per un euro ti ammazzano. Datemi una mano anche solo per riuscire a dargli un’assistenza legale. Noi gli mandiamo i soldi di cui necessita mensilmente ma lui si sente come tutti gli italiani lì, dimenticato (…). Quella è una realtà ben diversa. Tant’è che noi i soldi li mandiamo al capo dei carcerati che tenendosi la sua grossa percentuale permette a Roby di sopravvivere”.

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3 risposte a Dietro le sbarre – Ovp: questa non è vita

  1. rosi ha detto:

    Cara sorella di Roby, scusa ma non so il tuo nome, sono nella tua stessa situazione e quindi nella stessa disperazione, se vuoi lasciarmi la tua e-mail personale possiamo scambiarci alcune informazioni e parlare. Ciao Rosa

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