“Babaçu livre”, salviamo la pianta della vita

ROMA – Il documentario “Babaçu livre” sarà presentato dalla Ong ActionAid alla Provincia di Roma, lunedì 7 marzo. Il lungometraggio racconta come le donne della regione settentrionale del Brasile siano riuscite a far approvare la “Legge del Babaçu libero”, una noce di cocco da cui dipende la sussistenza di milioni di persone.

Nel Nordest del Brasile, 18 milioni di ettari della foresta amazzonica sono popolati da un particolare tipo di palma da cocco, il babaçu. Gli abitanti locali la chiamano “pianta della vita” perché garantisce la sussistenza di milioni di persone che vivono nella regione. Si stima che soltanto nella regione del Maranhão vi sia la più alta concentrazione di tali palme – 10,3 milioni di ettari sui 18,5 presenti in Brasile  –  e che il lavoro di estrazione dei semi coinvolga circa 300mila famiglie.

Babaçu livre

Il babaçu è una pianta che nasce spontanea, quindi non è proprietà di nessuno. Pertanto le donne possono entrare in qualunque terreno e raccoglierne i frutti. Tagliare, bruciare o danneggiare le piante è considerato un reato. Tuttavia, spesso i terreni su cui cresce la palma sono di proprietà di fazenderos che trattano le donne alla stregua di ladre affrontandole anche fisicamente o distruggono le palme di babaçu – per loro senza valore – per evitare sconfinamenti nelle loro terre o per ricavare terre da allevamento.

Le quebradeiras de coco babaçu

Della raccolta e della lavorazione di questi frutti così preziosi si occupano principalmente le donne, le quebradeiras de coco babaçu (‘rompitrici di cocco babaçu’), che sfruttano ogni parte della pianta per produrre ceste, stuoie, carbone, farina, olio ad uso alimentare e per la produzione di sapone, e materiale per la copertura delle case.

La tecnica utilizzata per separare i vari elementi del frutto è semplice: le donne si siedono a terra e poggiano la noce sulla lama di un’accetta che stringono tra le gambe. Poi colpiscono più volte con un bastone la noce per aprirla.

Gli anni delle privatizzazioni

Le quebradeiras hanno vissuto in questo modo per generazioni, seppur con difficoltà visto che il prezzo del babaçu è sempre stato basso e troppo spesso il guadagno andava al grossista che prendeva le noci direttamente dalle donne e le vendeva in città, dando alle lavoratrici qualche soldo o prodotti di prima necessità. Durante gli anni ’60 il governo brasiliano ha sovvenzionato l’espansione agricola e industriale del paese concentrando le risorse nell’industria del bestiame e nell’estrazione mineraria. Enormi appezzamenti di terreno, che prima erano liberi, sono stati venduti e adibiti a utilizzi diversi, marginalizzando le popolazioni che vivevano in quelle terre.

E, sia a causa della privatizzazione, che per la distruzione di ampie aree di foresta, le donne che raccoglievano il cocco furono costrette a lasciarne una parte al proprietario del terreno, detta la “coleta presa”, raccolto rubato. Considerato dai grandi proprietari terrieri una calamità da distruggere per dedicare le terre agli allevamenti, il babaçu iniziò a scomparire. E per tutti gli anni ’80, la distruzione delle palme di babaçu e la privatizzazione delle distese scatenarono feroci conflitti tra grandi proprietari e piccoli produttori.

Anni ’80, le cooperative

Negli anni ’80 le famiglie contadine iniziano ad organizzarsi in cooperative e associazioni per migliorare le condizioni di lavoro e di vita delle comunità locali. Su iniziativa dei leader di tali comunità e dei sindacati di lavoratori, nel 1989 venne fondata Assema (Associação em Áreas de Assentamento no Estado do Maranhão) organizzazione non governativa partner locale di ActionAid, che si pone come obiettivo quello di rafforzare, attraverso il sostegno tecnico, giuridico e politico, la voce delle famiglie di lavoratori e lavoratrici rurali, per rivendicare e proporre, insieme al potere pubblico e all’iniziativa privata, forme di sviluppo sostenibile.

La legge del babaçu libero

Dopo anni di lotte, le quebradeiras de coco babaçu e le loro famiglie sono riuscite a riconquistare parte delle terre e a far approvare la “Legge del babaçu libero” che dal 1997 garantisce loro il diritto di libero accesso alle palme di babaçu anche all’interno delle proprietà private e sanziona la distruzione delle palme da parte dei proprietari terrieri. La legge, tuttavia, è valida solo in alcuni municipi e non tutte le comunità dei quattro Stati dove cresce il babaçu ne beneficiano. Inoltre, sono sempre le donne che devono far valere la legge poiché molti latifondisti continuano a minacciarle quando entrano nei loro terreni o eliminano le palme, bruciando il terreno o avvelenando gli alberi. Ma un albero di babaçu impiega almeno 15 anni prima di offrire i propri frutti e, se la distruzione dovesse continuare, non potrebbe più essere fonte di sussistenza per le nuove generazioni. E le donne non sono disposte ad arrendersi.

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