Venezuela, due mesi dopo le inondazioni

di Barbara Meo Evoli

Nel fondo le stanze dove vivono gli sfollati nel centro Cadafe a Caracas

CARACAS – Tra novembre e dicembre 2010 a causa delle intense e continue precipitazioni ci sono stati numerosi smottamenti in molti stati del paese. Il bilancio: 29 morti e più di cento mila sfollati.

Roraima Lumingi, 27 anni, è scappata il 30 novembre prima che la sua casa crollasse. Figlia di un italiano emigrato in Venezuela, è nata a Petare, una delle ‘favelas’ più grandi dell’America latina e lì ha trascorso tutta la sua vita.

“Dopo giorni e giorni di pioggia – racconta con il volto contratto -, le pareti cominciavano a scricchiolare e, con mio marito e i miei cinque figli, abbiamo deciso di abbandonare la casa e rifugiarci da un’amica. Mentre eravamo ospiti abbiamo saputo che la casa si è sfasciata – poi aggiunge sconsolata -, abbiamo perso quasi tutto”.

Le casupole (dette ‘ranchitos’) di Petare sono state costruite dagli stessi abitanti al di fuori di ogni norma sulle pendici delle colline di Caracas in zone ad altissimo rischio di frane. Anche se sono stati migliaia gli appartamenti costruiti negli ultimi anni, le ‘favelas’ continuano a crescere a dismisura intorno a tutte le grandi città del Venezuela.

Dopo aver tirato su un sospiro Roraima spiega indicando le piccole stanze: “fortunatamente il governo ci ha dato degli alloggi temporanei in questi edifici pubblici. In questa struttura che appartiene al ministero dell’Elettricità in ogni abitazione vive una famiglia, siamo circa 700 persone – poi sottolinea con sollievo -, ci servono anche gratuitamente la colazione, il pranzo e la cena”.

Oltre alle iniziative governative, in tutto il paese i venezuelani hanno dimostrato solidarietà con gli sfollati organizzando raccolte di indumenti, alimenti, prodotti per l’igiene e per la casa. Anche la comunità italiana in Venezuela ha teso una mano a coloro che avevano perso tutto o quasi promuovendo una campagna per delle sottoscrizioni volontarie.

A Caracas i 60 mila sfollati hanno trovato rifugio in 70 alberghi, un centinaio di scuole, vari ospedali e in un vasto accampamento costruito nella zona militare di Fuerte Tiuna. A causa della sospensione delle lezioni, l’opposizione ha duramente criticato la decisione di utilizzare gli istituti scolastici per l’emergenza. Ma fortunatamente, dopo le vacanze natalizie, a gennaio la scuola è ricominciata per tutti.

Inoltre il governo di Hugo Chávez ha varato un decreto con cui si concede un prestito a un tasso di interesse vantaggioso di 1.200 bol (circa 205 euro che equivalgono allo stipendio minimo) per le famiglie evacuate. E ha stabilito il condono parziale o totale dei debiti contratti dai piccoli e medi produttori agricoli, i cui raccolti siano stati colpiti dalle piogge intense. Alla fine delle inondazioni di dicembre il 30 per cento della popolazione aveva perso la casa, ma fortunatamente i decessi sono stati solo 29. La paura di un disastro di maggiore entità era giustificata dal fatto che nel 1999 le forti precipitazioni avevano lasciato migliaia di morti nello stato Vargas.

Così oggi l’esecutivo ‘bolivariano’ ha promesso di costruire 150 mila abitazioni nell’arco del 2011, ciò che equivale a realizzarne 12.500 al mese, una meta, secondo l’opposizione, difficile da raggiungere.

Il fenomeno climatico della ‘Niña’ , causato da correnti d’acqua più fredde del solito lungo la costa del Pacifico, ha colpito in Sudamerica non solo il Venezuela, ma anche duramente la Colombia (312 morti e più di due milioni di sfollati) e il Brasile (800 morti). La ‘Niña’ negli ultimi anni ha causato in quelle parti del mondo che normalmente hanno tempo asciutto stagioni ancora più secche e in quelle con tempo umido ha intensificato le precipitazioni, ma in futuro potrebbe provocare effetti ancora più devastanti e il rischio di frane nelle zone gremite dai ‘ranchitos’ è molto alto. L’entità dell’impatto di questo fenomeno, conseguenza delle emissioni di gas serra prodotte dalle attività umane, non si può ancora prevedere.

Per molte persone che hanno perso il proprio ‘ranchito’ e che oggi si trovano in un hotel le inondazioni hanno significato un miglioramento delle condizioni di vita. Adesso hanno un tetto di cemento e non di lamiera, hanno l’acqua calda e non fredda, hanno una strada d’asfalto davanti alla porta e non un vicolo inerpicato sulla collina, hanno pareti integre e non segnate dalle infiltrazioni. Ma comunque non si sentono a casa propria. “Vogliamo poter ricostruirci il nostro nido, anche se umile – afferma Julieta, 28 anni, mentre i figli giocano nella fontana spenta della zona comune del rifugio –. Il governo sta edificando degli immobili per gli sfollati nella periferia di Caracas, non sappiamo quando saranno pronti e se ci saranno abbastanza appartamenti per tutti, ma comunque queste frane ci obbligheranno a vivere lontani da Petare, dalla nostra comunità dove abbiamo sempre vissuto”. Risolvere il problema generale dei ‘ranchitos’ sparsi in tutto il Venezuela e in America latina è molto complesso perché gli abitanti, avendo adottato un ‘modus vivendi’ radicato in un determinato quartiere, spesso non vogliono essere trapiantati in un’altra zona anche se questo comporterebbe un innalzamento della loro qualità di vita.

www.meoevoli.eu

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