Affrontare il mondo per cambiare – Storie di migranti in Italia

di Barbara Meo Evoli

Immigrati a Roma

ROMA – Sette storie, sette migranti, sette paesi di origine. Tutti i protagonisti del reportage sono accomunati dall’aver scelto l’Italia come destinazione per costruire un futuro migliore per sé e per la propria famiglia. Fra loro Pablo è arrivato dal Perù.

“Al risveglio mi lavavo con l’acqua di una tinozza, mi infilavo uno dei due pantaloni appesi accanto al letto, prendevo un pezzo di pane e me lo mettevo in tasca. Poi mi avviavo a piedi verso la fermata dell’autobus di Pomezia nella speranza che il capo avesse ancora bisogno di me”. Così descrive Tirlie una delle sue tante mattine subito dopo l’arrivo in Italia nel 2005 dalla Romania.

Lì divideva la stanza con i tre fratelli, come fattorino guadagnava in nero 10 euro al giorno ma spesso il padrone non lo pagava. Dopo il lungo viaggio intrapreso in autobus dalla terra di Dracula verso il Bel Paese ha dovuto rimboccarsi le maniche per potersi pagare un pasto al giorno, a volte non gli bastavano i soldi neanche per mangiare. Nel secondo anno di permanenza si recava tutti i giorni nella capitale dove distribuiva volantini. “Cercavo di leggere tutti i giorni i titoli dei fogli che ripartivo per imparare un po’ di italiano – spiega Tirlie, 34 anni -. Se parli la lingua del paese che ti ospita i datori di lavoro si fidano più facilmente di te”. Ciò che è diverso spaventa ma la comunicazione accorcia le distanze.

Nel 2007 la svolta: la Romania entra nell’Unione europea e la vita di Tirlie cambia. Viene assunto dall’impresa di costruzione Dima, affitta una stanza tutta per lui in una cittadina sulla costa, Anzio, e comincia a costruirsi un futuro con una ragazza italiana. “A Bucarest la vita che conducevo non mi dava la possibilità di sorridere. In Italia posso finalmente fare progetti, cosa impossibile finché non si ha una stabilità economica”.

Anche Mamadou (Senegal), arrivato tre anni fa a Roma, ha scelto di abbandonare il proprio paese rincorrendo un sogno. Ha fatto il venditore ambulante dei più svariati articoli sia nella capitale sia, più tardi, per le strade di Bergamo, Brescia e Milano. Nei primi mesi in Italia ha dormito sotto i portici di Piazza Vittorio con un occhio aperto ed uno chiuso attanagliato dalla nostalgia della propria casa da cui si era allontanato per regalare ai figli un futuro migliore. Qualche mese dopo il suo arrivo, Mamadou si è svegliato in un bagno di sudore a causa di un attacco di febbre violento e improvviso. Trascorsi vari giorni in cui la sua temperatura corporea scendeva e saliva repentinamente oltre i 40 gradi, ha deciso su consiglio di un connazionale di rivolgersi all’Ospedale San Gallicano. Lì ha sede l’Istituto nazionale per la promozione della salute delle popolazioni migranti e per il contrasto delle malattie della povertà (Inmp) che presta assistenza sanitaria e psicologica gratuita ad immigrati clandestini, persone senza fissa dimora, nomadi, tossicodipendenti e persone a rischio di emarginazione. Il centro è l’unico che si avvale anche dei mediatori culturali che garantiscono l’accoglienza dei pazienti stranieri nelle loro lingue di origine.

“Avevo la malaria e mi hanno salvato la vita” ricorda commosso e con eterna riconoscenza Mamadou. “Si sono presi cura di me anche se non avevo il permesso di soggiorno. All’epoca pensavo che per gli stranieri il medico e i farmaci non fossero gratis”. Fa una pausa e poi commenta con un sospiro di sollievo: “Meno male che mi sbagliavo”. La malaria è considerata una delle malattie della povertà: ogni anno sono colpite nel mondo da 300 a 500 milioni di persone. Fortunatamente esistono strutture come l’Inmp che ha sede nel Lazio, Puglia e Sicilia che promuovono azioni di contrasto contro l’emergere della salute diseguale.

Tornato in buona salute Mamadou riusciva ogni mese a mandare i suoi risparmi alle due mogli e i dieci figli, ma adesso non più. Camicia stirata, occhialetti da vista e giornale appoggiato sul muretto dove si siede aspettando pazientemente i clienti, si lamenta della lentezza e dei costi della burocrazia: “Sono in attesa del permesso di soggiorno da 14 mesi e la richiesta mi è costata 600 euro”, una somma ingente considerando che a volte Mamadou trascorre cinque giorni senza vendere nulla.

“Qui la vita è più facile che in Senegal perché il lavoro è ben retribuito, ma solo se sei in regola – conclude con tono amaro –, appena avrò i soldi tornerò a vivere nel mio paese”.

Non sono dello stesso avviso Shaban (Bangladesh) e Leo Alaster (Sri Lanka). Anche loro come molti immigrati subito dopo l’arrivo in Italia non hanno avuto una vita facile. Hanno vissuto in una borgata di Roma nel quartiere abbandonato a se stesso di Tor Bella Monaca in cui i pusher fanno da padroni, sono stati obbligati a riempirsi di debiti verso i propri amici e coinquilini e nei giorni di magra si accontentavano degli avanzi non venduti di un panificio. Oggi possono scegliere quello che vogliono mangiare: il lavoro ha permesso loro di riacquistare dignità.

Leo Alaster, impiegato presso la stazione di servizio Agip di Corso Francia, 28 anni, aspetta radiante l’arrivo della moglie dallo Sri Lanka e Shaban abita in un quartiere più tranquillo, il Tuscolano, con sette amici, dove non sono più di due in ogni stanza. “Speriamo che continui il bel tempo oggi – dice il secondo mentre ripartisce sotto il sole davanti alla stazione Termini volantini colorati che pubblicizzano un negozio di scarpe -. Mi pagano bene: 6 euro l’ora, ma se piove non posso lavorare”. Poi riconosce la sua posizione fortunata comparata a quella dei connazionali che vendono per la strada gli oggetti più strani, dagli ombrellini in stile giapponese ai cubi parlanti, e che spesso tornano a casa con le tasche vuote.

“Sono soddisfatto perché da settembre mio figlio di 6 anni potrà frequentare la scuola privata grazie alle rimesse che invio periodicamente a mia moglie” afferma Shaban col sorriso sulle labbra. Ciò che è stato più difficile all’inizio per lui, non è stato vivere contando i centesimi, ma doversi allontanare dai principi musulmani:

“Dovrei pregare cinque volte al giorno e adesso lo faccio molto meno: non va bene”.

Anche Vic, 34 anni, non ha un passato facile alle spalle. Occhi vispi, sguardo sempre attento, mani sempre all’opera, è arrivato dalle Filippine undici anni fa, oggi vive a Prima Porta nella periferia nord di Roma. Ha lasciato alle sue spalle la propria casa dove abitava con nove parenti per vivere in un palazzo fatiscente di borgata con altri dieci connazionali che lo hanno aiutato a trovare un impiego. Invaghito del sogno italiano, è fuggito dalla fabbrica di giocattoli “Horei Philippines Inc” vicino alla città di Rosario, dove lavorava fino a 14 ore al giorno a ritmi disumani. “Visto che nella mia terra il clima è tropicale, mi sono ritrovato a trascorrere il primo inverno della mia vita – ricorda facendo scorrere davanti a sé le immagini del passato -, riscaldato da una coperta pesante e dal calore umano dei compagni”.

Oggi fa le pulizie in case private ed è riuscito ad ottenere il permesso di soggiorno. Anche se Vic ha solo amici filippini, “mio figlio di sei anni – afferma – gioca con i compagni di classe italiani”. Il primo segno di integrazione è così frutto della trasversalità dell’insegnamento della scuola pubblica in cui convivono diverse classi sociali e nazionalità.

Anche Pablo ha lasciato Lima (Perù) stanco di essere sottopagato, remunerato solo parzialmente o in ritardo di vari mesi da diversi datori di lavoro. “Quando sono arrivato a Roma a 26 anni volevo studiare ma non sarei riuscito a mantenermi – spiega con lo sguardo schivo -. Ho fatto di tutto: dal postino, all’autista, al badante di persone anziane ed oggi lavoro come portiere in un quartiere elegante come il Fleming”. “Ogni volta che scendo dalla collina dove abito in motorino mi ricordo quando per risparmiare non prendevo l’autobus per andare al lavoro – sospira sereno proiettandosi nel futuro -. Vorrei mettere da parte un gruzzoletto per poter tornare nel mio paese, comprare una casa ed avviare un’attività commerciale”.

Consapevole delle poche opportunità che hanno le persone umili, Pablo sottolinea: “Fare il portiere mi dà la possibilità di leggere mentre lavoro, visto che ormai è troppo tardi per studiare”. È convinto che l’inclusione nella società italiana derivi dalla volontà di ognuno. “Se uno lo desidera si adatta e si integra. Solo con tenacia, grandi sforzi e sacrifici si può cambiare la propria vita, bisogna però cominciare a sognarlo e poi non perdere mai di vista la propria meta”.

Come molti migranti, anche Monìka si è lasciata trasportare dalle immagini sfarzose della tv italiana: nel 2005 è arrivata giovanissima dall’Albania e oggi, dopo quattro anni di clandestinità, finalmente è in regola. “Avevo 19 anni quando ho deciso di partire – dice convinta di quello che ha fatto -. A casa eravamo in cinque. Mio padre lavorava come autista dell’autobus di linea che collega la mia città (Korca) con Tirana. Mia madre e le mie sorelle erano disoccupate. A quell’età pensi che valga la pena sfruttare tutte le tue energie per provare a cambiare la tua vita in meglio”.

Monìka ricorda con distanza, ma senza alcuna vergogna, i numerosi lavoretti svolti per sopravvivere dopo il suo sbarco: “Quando sei in stato di bisogno accetti tutte le offerte pur di guadagnare qualcosa”. Lo sfruttamento della mano d’opera non si giova infatti delle condizioni di necessità in cui versa la gente? E dall’ignoranza dei lavoratori non discende l’accettazione della violazione dei propri diritti? Non essere in regola non comporta solo un’instabilità emotiva e la paura di essere espulsi da un momento all’altro, ma anche difficoltà per trovare un lavoro, una casa, un medico.

“Non solo ti devi accontentare dell’impiego trovato – sottolinea Monìka che oggi fa la commessa in un negozio a San Lorenzo -, ma devi anche chinare la testa davanti alle pretese del titolare perché fa presto ad indicarti la porta. E comunque quello che si guadagna basta per pagare l’affitto e fare la spesa”. Ottenuto il permesso di soggiorno ha coronato finalmente il sogno che conservava nel cassetto: iscriversi all’università. Ha scelto la facoltà di Lingue e Letterature Straniere.

“Voglio studiare per capire il mondo e dare il mio piccolo apporto per ridurre la povertà e favorire l’inclusione sociale. Vorrei diventare mediatrice culturale”.

www.meoevoli.eu

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