Cile, la legge contro la memoria

di Andrea Fagioli


SANTIAGO DEL CILE – Si taglieranno i contributi a tutte quelle organizzazioni impegnate nella difesa della Memoria storica: questo vuole la finanziaria del nuovo governo cileno di Piñera. Non si può cercare di ricostruire un’unità nazionale in Cile senza ricordare il passato recente della dittatura di Pinochet, denunciare le violazioni perpetrate e punire i colpevoli.

“Gruppi di pressione affini alle precedenti amministrazioni”. Definendole così, il governo del Cile, il primo di destra dalla fine della dittatura di Augusto Pinochet (1990), ha proposto la soppressione dei finanziamenti diretti a tutte quelle istituzioni impegnate nella difesa dei diritti umani e della memoria, per non dimenticare i desaparecidos e i decenni bui del Cile di Pinochet. Riducendole al rango di “istituzioni collaboratrici con lo Stato”, ha pensato bene di proporre una valutazione specifica per ogni singolo progetto che sarà dunque giudicato meritevoli o meno di soldi pubblici.

Se approvata, la Ley de Presupuesto (Finanziaria 2011) metterebbe in serio pericolo la sopravvivenza di luoghi della memoria quali il Parco per la pace “Villa Grimaldi” e Londres 38. Il primo è un ex centro di detenzione clandestino, in cui fu incarcerata anche l’ex presidente Michelle Bachelet, e dove tra il 1973 e il 1978 sono passati circa 4.500 prigionieri (18 dei quali uccisi e 211 scomparsi). Ex ristorante con parco e piscina ritrovo di membri dell’Unidad popular (la coalizione dell’allora presidente Salvador Allende), fu requisita dagli uomini della Dina, la polizia segreta comandata dal famigerato “Mamo” Contreras, e trasformata nel tristemente noto Quartiere Terranova. Nel 2007, sotto l’impulso di organizzazioni della società civile, la Villa, che era stata al centro di oscure manovre immobiliari, è stata riscattata e trasformata in parco-museo della pace, in cui vengono organizzate visite guidate da ex internati o incontri sul tema dei diritti.

Londres 38 è invece una ex sezione del Partito socialista cileno, sequestrata dai militari dopo il golpe e trasformata in centro di tortura e sparizione dove morirono, tra l’ottobre 1973 e il settembre 1974, per lo meno 96 persone. Solo di recente aperti alla collettività, questi spazi hanno ricevuto finanziamenti rispettivamente negli ultimi due anni e nell’ultimo anno.

A meno di otto mesi dall’insediamento, il governo della destra “sinceramente anti-dittatoriale” – come la definì il recente premio Nobel per la letteratura, Mario Vargas Llosa, quando scese in campo per sostenere Sebastian Pinera -, ma che nel migliore dei casi considera il golpe un male che fu necessario per ristabilire l’ordine, colpisce organizzazioni che non condividono la politica dell’oblio e dell’unità nazionale.

Visto il revisionismo della maggioranza targata Udi (partito dell’ultradestra pinochettista), la sopravvivenza attraverso i “fondos concursables” (finanziamenti di singoli progetti) sarebbe tutt’altro che facile per queste realtà, visto che già nel 2010 i soldi pubblici hanno evitato accuratamente quei progetti artistici o culturali che avessero a che fare con il recente passato del paese.

In una dichiarazione congiunta, firmata anche dalla Commissione etica contro la tortura, le istituzioni hanno accusato il governo di voler cancellare il passato, invece di riconoscerlo come parte del patrimonio e della memoria nazionale, importante per rafforzare il presente democratico, e hanno lanciato una raccolta firme per chiedere al Parlamento di non ratificare la soppressione dei finanziamenti.

“Gruppi di pressione affini alle precedenti amministrazioni”. Definendole così, il governo del Cile, il primo di destra dalla fine della dittatura di Augusto Pinochet (1990), ha proposto la soppressione dei finanziamenti diretti a tutte quelle istituzioni impegnate nella difesa dei diritti umani e della memoria, per non dimenticare i desaparecidos e i decenni bui del Cile di Pinochet. Riducendole al rango di “istituzioni collaboratrici con lo Stato“, ha pensato bene di proporre una valutazione specifica per ogni singolo progetto che sarà dunque giudicato meritevoli o meno di soldi pubblici.

Se approvata, la Ley de Presupuesto (Finanziaria 2011) metterebbe in serio pericolo la sopravvivenza di luoghi della memoria quali il Parco per la pace “Villa Grimaldi” e Londres 38. Il primo è un ex centro di detenzione clandestino, in cui fu incarcerata anche l’ex presidente Michelle Bachelet, e dove tra il 1973 e il 1978 sono passati circa 4.500 prigionieri (18 dei quali uccisi e 211 scomparsi). Ex ristorante con parco e piscina ritrovo di membri dell’Unidad popular (la coalizione dell’allora presidente Salvador Allende), fu requisita dagli uomini della Dina, la polizia segreta comandata dal famigerato “Mamo” Contreras, e trasformata nel tristemente noto Quartiere Terranova. Nel 2007, sotto l’impulso di organizzazioni della società civile, la Villa, che era stata al centro di oscure manovre immobiliari, è stata riscattata e trasformata in parco-museo della pace, in cui vengono organizzate visite guidate da ex internati o incontri sul tema dei diritti.

Londres 38 è invece una ex sezione del Partito socialista cileno, sequestrata dai militari dopo il golpe e trasformata in centro di tortura e sparizione dove morirono, tra l’ottobre 1973 e il settembre 1974, per lo meno 96 persone. Solo di recente aperti alla collettività, questi spazi hanno ricevuto finanziamenti rispettivamente negli ultimi due anni e nell’ultimo anno.
A meno di otto mesi dall’insediamento, il governo della destra “sinceramente anti-dittatoriale” – come la definì il recente premio Nobel per la letteratura, Mario Vargas Llosa, quando scese in campo per sostenere Sebastian Pinera -, ma che nel migliore dei casi considera il golpe un male che fu necessario per ristabilire l’ordine, colpisce organizzazioni che non condividono la politica dell’olvido e dell’unità nazionale.
Visto il revisionismo della maggioranza targata Udi (partito dell’ultradestra pinochettista), la sopravvivenza attraverso i “fondos concursables” (finanziamenti di singoli progetti) sarebbe tutt’altro che facile per queste realtà, visto che già nel 2010 i soldi pubblici hanno evitato accuratamente quei progetti artistici o culturali che avessero a che fare con il recente passato del paese.

In una dichiarazione congiunta, firmata anche dalla Commissione etica contro la tortura, le istituzioni hanno accusato il governo di voler cancellare il passato, invece di riconoscerlo come parte del patrimonio e della memoria nazionale, importante per rafforzare il presente democratico, e hanno lanciato una raccolta firme per chiedere al Parlamento di non ratificare la soppressione dei finanziamenti.

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