La guerra contro Chávez voluta da Uribe

CARACAS – Chávez è pazzo! Questo è quello che ripetono la maggior parte dei media del mondo. Possibile che nessun giornalista serio si metta ad analizzare le motivazioni della rottura delle relazioni diplomatiche disposta dal governo venezolano? Dal 2005 l’esecutivo di Uribe ha insinuato continuamente che il Venezuela appoggia la guerriglia delle Farc e sia la causa di tutti i mali della Colombia. Ma è veramente così? Peccato che sono i colombiani ad emigrare in Venezuela alla ricerca di un futuro migliore e non il contrario.

articolo di Stella Spinelli

Nell’ennesima rottura fra Colombia e Venezuela c’è lo zampino del presidente uscente, che in extremis – il 7 agosto subentrerà Santos – ha voluto scompigliare i già difficili rapporti che il nuovo presidente punta invece ad appianare.

La già pesante eredità di Alvaro Uribe, si fa adesso insostenibile. E Manuel Santos, suo successore e delfino sulla carta, ma altro da lui nei fatti, avrà il suo bel da fare per raddrizzare le questioni scottanti. Prime fra tutte quelle diplomatiche. Sì perché l’ormai nota – ed ennesima – rottura diplomatica fra Colombia e Venezuela, scatenata dall’ambasciatore colombiano all’Osa (Organizzazione stati americani) che ha accusato Caracas di ospitare accampamenti Farc in territorio venezuelano, altro non è che il frutto del primo grave scontro interno tra passato e presente, tra presidente uscente e presidente entrante, tra Uribe e Santos, che salirà a palazzo Nariño il prossimo 7 agosto.

È l’ultima zampata del leone ferito, costretto a ritirarsi contro voglia, dopo otto anni di potere incontrastato e ora pugnalato alle spalle proprio da colui che considerava fedele successore e che invece già si è rivela autonomo e arguto, potente quanto basta da impostare una politica personale e indipendente, in alcuni tratti in totale contrasto con l’egocentrico predecessore. E la politica estera ne è l’esempio. Fin dal suo primo discorso da neoeletto, Santos ha chiamato i paesi vicini alla distensione, alla collaborazione. Non ha mai nascosto come il primo punto in agenda sia per lui riattivare i rapporti di buon vicinato con Ecuador e Colombia, paesi con i quali Uribe si va scontrando da almeno cinque anni.

Risale al 2005 la prima accusa a Chávez di sostegno e finanziamento alla guerriglia di Farc ed Eln, accusa mai sopitasi, e che ha caratterizzato ogni tappa della politica estera dell’era Uribe. Con l’Ecuador, invece, il clou della tensione venne raggiunto il primo marzo 2008, quando Bogotà ordinò il bombardamento di un accampamento guerrigliero in territorio ecuadoriano, uccidendo così il cancelliere fariano Raul Reyes e molti civili innocenti. Poco importa se dietro quella manovra c’era proprio Santos, che allora ricopriva la carica di ministro della Difesa uribista. Il futuro presidente colombiano, che Quito ha persino indagato per quell’azione scellerata, sembra non voler altro che rimediare, rattoppare, distendere. I tentativi di dialogo con Rafael Correa sono già stati avviati, e anche verso Chávez il corteggiamento ha avuto inizio.

L’exploit di Luis Alfonso Hoyos davanti all’Osa, dunque, ha una sola lettura. Hoyos è uomo di Uribe nei secoli fedele, e le accuse monotematiche pronunciate contro Chávez hanno la chiara impronta uribista. Ma lasciano anche il tempo che trovano, come dimostra la fredda reazione della maggioranza dei paesi del Continente.

Per capire quanto possa essere credibile colui che ha portato davanti all’assemblea riprese video che mostrerebbero battaglioni Farc comodamente accampati nello stato venezuelano di Zulia, basta dare un’occhiata al suo curriculum. Luis Alfonso Hoyos è uno dei tanti uomini di Uribe implicati nello scandalo di corruzione conosciuto con il nome di “Ydis Politica”, e che ha travolto anche l’ex ambasciatore colombiano a Roma, Pretelt de la Vega. Anzi, per il suo ruolo in giri di mazzette e prebende e in manipolazione di denaro pubblico, Hoyos è stato persino interdetto a vita dai pubblici uffici. Per questo l’amico Uribe si vide costretto a spedirlo all’Osa inserendolo nell’unico posto che non prevede elezioni: l’ambasciata. Un copione che il presidente uscente era solito ripetere ogni volta che un suo uomo veniva incastrato dalla disobbediente Corte Costituzionale, che osava indagare suo suoi fedelissimi e applicare la legge senza rispetto per il potere. Stessa storia, infatti, per De la Vega, per quello che era il console di Milano, Manuel Noriega, noto amico dei paramilitari, e per molti altri personaggi chiave della politica estera uribista.

Adesso toccherà a Santos che avrà ora il suo bel da fare per restituire credibilità all’estero alla politica colombiana.

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