Come da copione. Anzi peggio

di Simone Bruno

BOGOTÀ – Juan Manuel Santos sfiora la vittoria al primo turno, staccando Mockus, suo diretto avversario, di oltre venti punti. Ovviamente vince il partito dell’astensione che si attesta al 51 per cento. Santos è l’autore dell’attacco militare all’accampamento delle Farc in Ecuador a pochi kilometri dalla Colombia dove morirono 18 persone ed è stato coinvolto nello scandalo dei Falsos Positivos. Si prospetta un difficile futuro per la Colombia.

Era già tutto previsto. O quasi. La Colombia dovrà tornare alle urne per una segunda vuelta che decreti il nome del prossimo presidente. E quel nome sarà uno fra i due da sempre dati per favoriti: Juan Manuel Santos, erede di Alvaro Uribe, e Antanas Mockus, il filosofo visionario dei Verdi. Ma, se era prevedibile che Santos sarebbe riuscito ad accaparrarsi più voti del rivale, in pochi avrebbero creduto che riuscisse a sfiorare l’elezione al primo turno, staccando di ben 25 punti percentuali il due volte sindaco di Bogotà. Con un 47 percento, il ricco trasformista vicino a Uribe e da sempre in politica ha spiazzato i pronostici e lasciato Mockus al 22 percento delle preferenze. La differenza equivale a 3milioni e 637.823 voti. Subito dietro si piazzano Gustavo Petro, del Polo Democratico, e il reazionario Vargas Lleras, entrambi con il 10. Dell’affluenza alle urne in massa annunciata dai sondaggi, nemmeno l’ombra. Se i votanti sono aumentati dal 45 al 49 percento, resta grave che metà del Paese non abbia sentito il richiamo delle urne. Di 29milioni di cittadini iscritti, si sono presentati soltanto in 14milioni e 740.328. Scarsissima affluenza anche tra i colombiani residenti all’estero. Come di consueto, l’astensione ha rasentato l’80 percento. Di 415.118 cittadini abilitati a votare, lo hanno fatto solo in 83.253. Chissà se il ballottaggio potrà attirare i disillusi in ogni dove, che soli potrebbero cambiare una sorte ormai segnata.

A determinare la brusca frenata del professore filosofo dell’onda verde sono stati probabilmente i candidati minori, che hanno chiesto al proprio elettorato di non puntare al voto utile ma ‘al voto del cuore’ per poi invece serrare le fila al secondo turno, che tutti hanno da sempre dato per scontato.

È evidente, comunque, che le grandi sconfitte di questa tornata elettorale siano comunque le inchieste, che da settimane tuonano un testa a testa all’ultimo voto fra il vecchio e il nuovo, fra il passato e il futuro, fra Santos e Mockus. Certo, il professore ha saputo regalare uno spiraglio di speranza in un Paese diverso, ha saputo riaccendere la campagna elettorale da decenni scontata e spompa, costringendo il designato alla successione uribista a cambiare persino strategia assumendo un nuovo ‘tutto fare’ e dal losco passato che lo rilanciasse e parlasse ai giovani. Ma non ha raccolto quanto previsto.

La sua campagna è stata un fenomeno mondiale, universale nella sua impostazione filosofica, nella sua struttura, nel suo approccio. Tanto universale quanto quella di Obama, apprezzata e comprensibile al mondo intero. “Però – ha commentato un bogotano che lo ha votato – le sue dichiarazioni dell’ultima settimana lo hanno penalizzato. Non ha fatto che ripetere che è cattolico, che conserverà il programma di Uribe Familias en accion, che la sinistra ha espressioni vicine alla violenza e che le Farc devono avere paura di lui perché assaggeranno la sua mano dura. Ecco, è come se avesse scelto di mettersi sulla difensiva. In quei momenti non era il filosofo rinnovatore, ma un candidato che rispondeva all’agenda imposta dalla campagna di Santos. Quello che vogliono i cittadini che avevano visto in lui una speranza è che arrivi qualcuno con una visione originale e un’agenda solo sua”.

Dal suo quartier generale, Mockus ha dichiarato: “Uribe a parlato negli ultimi tempi in ogni emittente 4 o 5 volte al giorno, facendo passare messaggi contro il candidato Verde, tanto che la missione degli osservatori internazionali ha precisato che gli unici problemi sono stati proprio le ingerenze indebite dei funzionari pubblici, primo fra tutti proprio il presidente”. Ma precisiamo, al di là dei sondaggi pre elettorali in primis, questo 22 percento dei Verdi è comunque un ottimo risultato per un partito molto giovane in una Colombia così assuefatta a una classe dirigente che usa ogni metodo, non ultima la violenza, per restare al potere.

“I grandi sconfitti sono le aziende che fanno le inchieste – ha tuonato Vargas Lleras di Cambio Radical -, ci davano per ultimi fino alla scorsa settimana e siamo la terza forza nazionale”. E questa pare una certezza.

Altra certezza è chi sia il grande vincitore di questa tornata elettorale: Juan Manuel Santos, a un passo dall’imporsi al primo turno. Politico di professione, esponente dell’oligarchia bogotana, membro di una famiglia che è la proprietaria di molti massa media, Santos è stato ministro in tutti gli ultimi governi, raggiungendo però l’apice della fama e delle critiche nell’ultimo mandato di Uribe, dove ha ricoperto il ruolo di ministro della Difesa. Autore dell’operazione Jaque, che liberò Ingrid Betancourt, è stato anche coinvolto nel tragico scandalo dei Falsos Positivos, più di 2000 civili uccisi dall’esercito e poi presentati come guerriglieri morti in combattimento. Un personaggio controverso e alquanto losco, degno discendente di Uribe, che promette alla Colombia di restare com’è per molto, molto tempo ancora. E che dà un calcio a ogni speranza. La sindrome colombiana ha colpito ancora.

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