Noi, che partiamo per l’Italia ma poi preferiamo il Venezuela

di Monica Vistali

Molti dei venezolani che partono per l’Italia alla volta della terra promessa tornano indietro delusi. Nel Belpaese si sentono discriminati, rifiutati e non riescono ad adattarsi. Non sono gli stessi che prima di partire spesso disprezzavano il Venezuela e vedevano nell’Italia un modello di civiltà?

Poco lavoro, burocrazia inconcludente, rifiuto sociale. Partono convinti di trovare il paradiso, e tornano delusi dopo pochi mesi. Sono i latinoamericani, la maggior parte di origine italiana, che abbandonano la terra del Sud in cerca di una vita migliore in Italia, dove arrivano con una valigia di speranze gonfiate dai media e dai racconti nostalgici dei nonni. A denunciare la situazione è Paolo Paolucci, vice-presidente dell’Associazione Nazionale Civile Latinoamericani in Italia (Ancla), composta per la maggior parte da venezolani e italovenezolani.

– Il sogno americano oggi è rovesciato – spiega lo psicologo – e disilluso. Quando atterrano in Italia, gli oriundi sono stranieri in quella che dovrebbe essere anche la loro patria. E, alla fine, il 90 per cento di loro ritorna a casa.

Originariamente il gruppo si rivolgeva solo ai latinoamericani in Abruzzo, regione che oggi accoglie 20 mila venezolani, tra cui Paolucci. Solo a Pescara, dove vive, sono in 5 mila, con tre caratteristiche ‘areperas’.

Il presidente dell’Associazione, che da Pescara gestisce anche un omonimo portale web ed una radio di orientamento e sostegno ai connazionali in Italia, ‘Sabor del Caribe’, illustra come drammatica la vita dei nuovi arrivati. Un “popolo di colf e maggiordomi”, come afferma la rivista “Terre di Mezzo” in riferimento all’ultimo rapporto “Caritas-Migrantes”.

– Il primo ostacolo è sicuramente la lingua, che diminuisce le già scarse opportunità di lavoro offerte agli stranieri. Le occupazioni possibili sono solo quelle rifiutate dagli italiani perchè considerate ‘non sufficientemente dignitose’: dall’assistenza agli anziani alla pulizia delle strade. L’atteggiamento difensivo, per un popolo bombardato da cifre allarmanti sulla disoccupazione e la cassa integrazione, non stupisce.

Le difficoltà continuano quando i migranti provano a regolarizzare la loro posizione sociale e lavorativa, soprattutto ora che “lo Stato italiano redatta leggi sempre più severe e restrittive” nei loro confronti.

– Quasi sempre si lavora ‘in nero’ perchè il datore di lavoro non si preoccupa dei permessi di soggiorno e delle relative pratiche. Cosìcchè l’80 per cento degli stranieri è costretto a restare senza documenti in regola, a vagare nella clandestinità – denuncia Paolucci.

Una clandestinità non uguale per tutti. Un “sentimento di razzismo latente”, come lo definisce lo psicologo, che si muove ancora tra gli animi italiani, fa sì che ogni nazionalità latina venga abbianata a determinate caratteristiche. Ecco allora che il ragazzo di Santo Domingo appare come ribelle ed insofferente alle regole, a differenza del più tranquillo argentino; così la brasiliana diventa una ‘poco di buono’ e la cubana una donna che rincorre esclusivamente i soldi di ricchi cinquantenni.

La radio, il portale web e l’Associazione, fondata nel 2008, sono di grande utilità sia per chi pensa di lasciare l’America latina sia per chi è appena giunto nel Belpaese.

– Ci contattano in tanti. Noi consigliamo di prendere in esame attentamente la decisione di partire perchè prima di avventurarsi bisogna essere coscienti del fatto che l’Italia, oggigiorno, non è il paradiso. Poi forniamo un orientamento di tipo lavorativo e chiariamo eventuali dubbi e problematiche relative ai documenti personali. Lo facciamo perchè sappiamo cosa significa arrivare in un nuovo Paese e non trovare nessuno disposto a darti una mano.

Le esperienze dei migranti, secondo Paolucci, sembrano dimostrare che, nonostante tanti problemi, il Venezuela sia ancora in grado di offrire buone opportunità socio-lavorative mentre l’Italia, la tanto decantata Italia, regali ai nuovi arrivati solo tante porte chiuse. Posizione contraddittoria per un Paese che nel XX secolo ha visto più di 5 milioni di suoi cittadini accolti  dall’America del Sud e ben 900 mila dal solo Venezuela.

– La gente si rende conto di quello che ha solo quando se ne va lontano – conclude Paolucci.

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