Trenta mila desaparecidos non si dimenticano

di Stella Spinelli

BUENOS AIRES – Mentre si celebra il giorno della Memoria, viene arrestato un altro carceriere dell’Esma. E fra fiaccole e striscioni si denunciano anche i complici civili dei dittatori.

Più di seicento delitti di lesa umanità compiuti nella famigerata Esma, la Scuola meccanica dell’Armata che durante la dittatura (1976 – 1983) era usata quale carcere clandestino, teatro di orrori e delitti. Questa la pesante colpa che come se niente fosse Carlos Galián, ex soldato della marina, ha nascosto per trenta lunghi anni, conducendo in piena libertà una vita tranquilla e beata. Ma ogni nodo viene al pettine e finalmente, nell’Argentina che non dimentica, il giudice Sergio Torres ne ha ordinato la cattura. Conosciuto con lo pseudonimo di Pedro Bolita, era uno degli uomini più spietati di quella prigione della morte. Nonostante fosse un semplice sottufficiale, era fedele braccio destro dei repressori al comando del lager. A lui spettò il compito di piombare in piena notte in casa di centinaia e centinaia di giovani cosiddetti ‘sovversivi’, prelevarli con la forza e farli sparire per sempre, cancellarli dalla vita di madri, padri, familiari. Sì, perché una volta entrati all’Esma difficilmente si usciva vivi. E la morte arrivava lenta e dolorosa. Torture, fisiche e psicologiche in lunghe e devastanti giornate senza il minimo rispetto di nessun diritto umano. Nessuno. E infine la morte, che avveniva nei più macabri modi, per poi disfarsi dei cadaveri attraverso voli radenti sul rio della Plata.

Grazie alla spietata freddezza e alla crudeltà con cui Pedro Bolita era solito lavorare fianco a fianco a Pedro Morrón e i due erano così ligi nell’eseguire gli ordini degli aguzzini, che tutte le guardie che si sono succedute in quella Scuola del terrore sono state poi chiamate Los Pedros. In loro onore. In onore di quella disumanità unica. I pochi sopravvissuti dell’Esma lo raccontano, ancora, rabbrividendo.

Ma Pedro Bolita ha fatto anche altro. Era il responsabile della custodia delle donne incinta sotto sequestro. E c’è chi lo ha indicato come colui che strappava i figli appena nati dalle braccia delle loro madri per consegnarli in adozione a famiglie fedeli al regime. Sono decine e decine i neonati ad aver avuto questa sorte. E le Abuelas de Plaza de Mayo ne sanno qualcosa. Le madri, poi, venivano chiaramente fatte sparire: desaparecidas, come altre 30mila persone. È questa infatti la cifra delle vittime della dittatura argentina che gli organismi in difesa dei diritti umani diffondono come ben più realistica rispetto alle 18mila dei calcoli ufficiali.

E il caso Esma è fra i più raccapriccianti di quegli anni bui: essere considerato il più grande carcere illegale di un continente la cui storia recente è zeppa di dittature e repressione la dice lunga. Da lì sono passati circa cinquemila sequestrati fra il 1977 e il 1981, tanto che è stato eletto quale luogo ideale per il museo della memoria, il posto in cui non dimenticare affinché niente di tutto questo si ripeta.

In Argentina, solo grazie all’abolizione delle leggi di Obediencia Debida e del Punto Final, le cosiddette leggi del perdono, avvenuta nel 2003 si sono potuti perseguire i responsabili, ossia quelle migliaia di repressori che fino a quel momento avevano vissuto impuniti e senza cambiare di una virgola la propria vita. Ognuno di loro è finalmente chiamato proprio in questi giorni a sedersi alla sbarra, con addosso gli occhi attenti e severi del mondo. Il processo pubblico è infatti iniziato giovedì 18, a pochi giorni dal Giorno della memoria per la verità e la giustizia, che viene celebrato oggi, 24 marzo. Tante le celebrazioni, in memoria degli scomparsi della dittatura, e tante anche le denunce e le richieste di chiarezza per un altro caso che la dice lunga sul grado di riconciliazione raggiunto dagli argentini: Julio López, testimone nel processo a Miguel Etchecolatz, ex commissario di Buenos Aires condannato poi all’ergastolo, è sparito proprio nel giorno in cui doveva essere ascoltato dall’accusa. Era il 18 settembre 2006. Da allora il nulla, tanto che è stato dichiarato primo desaparecido della repubblica.

L’Argentina ha ancora tanto da fare prima di ricreare una società unità e serena nell’approccio con un passato tanto pesante quanto fresco. I carnefici di un tempo sono ancora vivi e i complici più che vegeti, anche nella società civile. È di ieri sera la protesta di Organizzazioni dei diritti umani e sociali davanti alla sede del Gruppo Clarin, azienda leader nel settore della comunicazione di massa. Con fiaccole e striscioni i manifestanti hanno voluto denunciare i continui ostacoli che la direttrice generale di questo impero mediatico, Ernestina Herrera de Noble, sta disseminando per sviare le ricerche sulla reale identità dei suoi due figli adottivi. Troppe coincidenze fanno presupporre alle Abuelas che si tratti di due di quei bambini strappati alle madri sequestrate durante il regime. Una protesta corale dunque contro quelli che vengono definiti complici civili dei repressori. È noto che la direzione del Clarin strinse un patto con il dittatore Jorge Rafael Videla, che in cambio consegnò a Clarin e La Nacion l’impresa Papel Prensa che tutt’oggi posseggono.

Finora, sono quattro i processi su cause riaperte dopo il 2003 e nei tre già conclusi sono stati condannati l’ex poliziotto Julio, detto el turco Julián Simon, Miguel Etchecolatz, e l’ex cappellano militare Christian Von Wernich. Giovedì si è invece seduto sul banco dei testimoni l’ex prefetto Hector Febres, detto Selva proprio perché racchiudeva in sé tutto l’essere selvaggio proprio delle belve. A denunciarlo, alcuni dei pochi sopravvissuti: Carlos Lordkipanidse, Carlos García, Josefa Prada de Olivieri e Alfredo Margari. Le accuse sono infatti di averli sequestrati e torturati. E chissà quanti altri come loro.

Oltre a questo primo processo contro un membro dell’Esma, c’è una cinquantina di aguzzini in attesa di giudizio, perché già processati. Giudizio che è continuamente rimandato. E il timore è che accada lo stesso nel procedimento dell’Esma, diventando ‘senza fine’. Gli imputati sono tutte persone anziane e in quanto tali gli appigli per rinviare all’infinito le udienze non mancano.

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