Un altro dittatore in carcere

di Antonio Marafioti
 
MONTEVIDEO – Finalmente un’altra sentenza che fa giustizia, sperando che sia un ammonimento per il futuro. L’ex dittatore uruguaiano Juan Maria Bordaberry condannato a 30 anni per attentato alla Costituzione, omicidio politico e sparizione forzata.
Lesa umanità. Giudizio implacabile e netto ai danni dell’ex dittatore uruguaiano Juan Maria Bordaberry, condannato a 30 anni di galera. I tre capi d’accusa accertati dalla corte di primo grado presieduta dal giudice Mariana Mota, sono attentato alla Costituzione, sparizione forzata (nove casi) e omicidio politico (due casi). La sentenza di colpevolezza nei confronti di Bordaberry è stata già salutata in patria come la più importante della storia del diritto nazionale. In primo luogo perchè è il primo dibattimento chiusosi con una pena inflitta per il reato di attentato alla Costituzione previsto dall’articolo 117 del codice penale. Poi, perchè la misura coercitiva giunge a ben 37 anni dallo svolgimento dei fatti.

Correva l’anno 1973. Nelle prime ore del 27 giugno in applicazione del decreto presidenziale numero 464 venivano sciolte le Camere legislative e creato il Consiglio di Stato mentre in piazza, ha ricodato il giudice Mota durante la lettura della sentenza, “nelle strade si assisteva a un grande spiegamento militare per diversi punti della capitale e ad una monopolizzazione dei mezzi di comunicazione”. La reazione della Convención Nacional de Trabajadores (CNT) che in quelle ore indiceva uno sciopero generale per protestare contro la misura repressiva degli organi rappresentativi portò a una pronuncia di “illegalità della convenzione dei lavoratori”. Molti di questi, dirigenti in primis, furono arrestati in massa seguendo la sorte delle altre organizzazioni politiche, chiuse, e degli organi di stampa, censurati. Mota ha ricordato come “l’elevato numero di detenuti, in gran parte attivisti sindacali e studenti, richiese l’abilitazione di nuovi luoghi di detenzione […] così come iniziò un processo d’esilio durante il quale migliaia di persone lasciarono il paese per la mancanza di lavoro o a causa della persecuzione politica”. I documenti processuali hanno dimostrato che durante il periodo di detenzione i prigionieri politici, che non potevano vedere alcun giudice né i propri familiari – spesso tenuti all’oscuro delle cause dell’arresto -, venivano sottoposti a crudeli torture e pesanti trattamenti fisici che comportavano gravi lesioni, spesso mortali. Secondo il giudice Mota, Bordaberry “era assolutamente al corrente della violazione dei diritti umani dei suoi concittadini e non fece nulla per evitarlo”.

Omicidi politici e sparizioni forzate. In base a quanto previsto dall’articolo 20 della legge 18.026: “L’omicidio si intende politico quando si uccide una persona per mano di un’agente di Stato o con la sua autorizzazione, appoggio o a acquiescenza, in virtù delle attività o opinioni politiche […]”. Anche in questo caso per la corte non ci sarebbero stati dubbi. Juan Maria Bordaberry è stato giudicato coautore degli omicidi di Fernando Miranda e Ubagesner Chaves Sosa che, “in qualità di funzionario pubblico avrebbe dovuto impedire”. Molto più lunga è la lista dei nomi di coloro che il regime avrebbe fatto sparire nel nulla. Arpino Vega, Luis Eduardo González González, Juan Manuel Brieba, Carlos Arévalo, Julio Correa Rodríguez, Otermin Montes de Oca, Horacio Gelós Bonilla ed Eduardo Bleier erano tutti oppositori fatti sparire dagli agenti di Bordaberry durante il triennio della sua dittatura, dal 1973 al 1976.

Una lunga attesa. La condanna dell’ex presidente, oggi 81enne, arriva dopo una precedente pena del 2006 per gli omicidi, avvenuti nel 1976 a Buenos Aires, dei deputati Zelmar Michelini y Héctor Gutiérrez Ruiz. In quella occasione, Bordaberry riuscì a evitare l’imputazione di attentato alla Costituzione e se la cavò con qualche mese di carcere scontati nel 2007 tra il penitenziario centrale e, dopo i domiciliari, la casa di uno dei suoi figli. Dopo una raccolta popolare di 3000 firme i magistrati hanno deciso di riaprire il fascicolo che oggi ha portato all’inedita sentenza di attentato alla Legge fondamentale.
L’avvocato Hebe Martínez Burlé ha dichiarato ai giornalisti che l’ex dittatore ha comunque diritto al ricorso in appello “perchè oggi ci sono le garanzie che non esistevano quando lui era al potere”.
Durante la dittatura in Uruguay si contarono oltre 200 desaparecidos.

 

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