Il bilancio del primo golpe riuscito nel XXI secolo

di Gennaro Carotenuto

TEGUCIGALPA – Varie chiavi di lettura descrivono il momento politico vissuto mercoledì 27 gennaio a Tegucigalpa dove nell’eclissi del dittatore Roberto Micheletti si è insediato il nuovo presidente Porfirio Lobo e dove il presidente legittimo, ma esautorato dal golpe, è partito per l’esilio acclamato dai suoi.

La prima chiave, con un golpe di stato conservatore completamente riuscito ed uscito di scena solo dopo aver portato a termine il proprio compito, è quella della sconfitta politica per la sinistra, che era al governo e lo ha perso, sia pur con la forza, e per la democrazia centroamericana tutta.

Il successo del golpe è infatti un monito e un’ipoteca per l’America centrale (vi sono governi di centro-sinistra molto light sia in Salvador che in Guatemala) e per tutta l’America latina integrazionista.

Il 27 è stata dunque la giornata dell’insediamento di Porfirio “Pepe” Lobo, un conservatore come tanti eletto come quasi tutti in Centro America in elezioni farsa, alla presidenza della Repubblica. È stata anche la giornata della partenza per l’esilio dominicano di Mel Zelaya, accompagnato negli ultimi momenti in patria da tutto un popolo. È stata inoltre la giornata della normalizzazione hondureña, desiderata dalla comunità internazionale che pure aveva ripudiato il golpe e che ancora non riconosce il nuovo governo.  È stata poi la giornata dell’amnistia a Roberto Micheletti e ai suoi scherani che escono di scena secondo i dati del CODEH con 132 assassinii sulla coscienza.

È stato infine il giorno nel quale l’opposizione democratica, la Resistenza, rilancia, si ritrova e si riconosce e va verso la fondazione di un partito che vede nello stesso Mel Zelaya il leader naturale, l’unico in grado di aggregare forze molto eterogenee, classe media liberale, movimenti sociali, sinistra tradizionale. Qualcuno vorrebbe chiamarlo Partito Socialista Honduregno e dargli come primo obbiettivo l’Assemblea costituente, il motivo scatenante del golpe. È un progetto embrionale e probabilmente impraticabile e, nonostante l’evidente accumulazione di forze della sinistra e della Resistenza, per intanto tra i fatti va annoverata la sconfitta di un paese che fino al 28 giugno Emilio Fede avrebbe colorato di rosso e che adesso è blu cobalto.

FATTI

L’ultimo atto da presidente golpista di Roberto Micheletti, (il dittatore di Bergamo Alta noto da queste parti come Gorilletti o Pinochetti) è stato far uscire l’Honduras dall’ALBA, l’organizzazione di cooperazione tra stati capitanata da Venezuela, Bolivia, Cuba. Uno dei primi atti da presidente di Porfirio Lobo (laureato in economia a Miami, non è una colpa ma è un imprinting) è ricevere la delegazione dell’FMI chiamata a mettere in ordine alla maniera neoliberale nei conti del paese.

Si chiude così una tappa eccentrica della storia “catracha”. L’Honduras torna nell’alveo di quelle nazioni civilizzate che lasciano decidere della loro economia a banchieri del Nord, possibilmente bianchi, anglosassoni, protestanti. Così, per esempio, non si metterà in pratica il folle progetto di Zelaya di alzare il salario minimo a circa 320 Euro in un paese dove molti, scuri di pelle, indigeni e cattolici, non arrivano a 150 Euro per lavorare da sole a sole (Che roba contessa…). L’alternativa, nel programma del prudente Lobo, sarà donare una tantum 400 Euro alle 600.000 famiglie più disgraziate di un paese che ha l’80% di poveri.

Altro fatto è che martedì, poche ore prima di entrare in carica, Porfirio Lobo si è riunito con Arturo Valenzuela, massimo responsabile per la politica latinoamericana di Hillary Clinton. Hanno concordato un pacchetto di aiuti per 2 miliardi di dollari. Le male lingue ricordano che tali aiuti corrispondono all’800% di quanto gli Stati Uniti hanno stanziato per i terremotati di Haiti. Ogni cosa ha il suo prezzo (e per tutto il resto c’è Mastercard) ed evidentemente la vaccinazione dell’America Centrale dall’infezione “chavista”, dai medici cubani, dall’aumentare il salario minimo e da tutto quello che un tempo si sarebbe definita solo un po’ di redistribuzione keinesiana, vale per la signora Clinton ben più di quattro lumpen haitiani che pure sono buoni per sfolgoranti esibizioni in divisa da dama di San Vincenzo.

Il terzo fatto da sottolineare è l’amnistia votata dal parlamento e controfirmata da Lobo per i golpisti. È interessante come il complesso disinformativo mondiale racconti che questa sia una graziosa concessione per i crimini commessi da Mel Zelaya che hanno obbligato i militari a prelevarlo in pigiama da casa, sequestrarlo e portarlo oltre frontiera e non per le migliaia di violazioni dei diritti umani commesse in questi mesi ed evidentemente incluse nell’amnistia solo per un disguido.

L’ultimo fatto è che se alla cerimonia hanno assistito appena tre capi di stato (Panama, Taiwan e Repubblica dominicana) tutti, non solo i paesi filostatunitensi e/o filogolpisti vedono nel riconoscimento di Porfirio Lobo, a breve o medio termine, l’unica possibile soluzione alla crisi. Succederà, forse prestissimo. Álvaro Uribe sarà qui ad ore.

EMOZIONI

Nello Stadio Nazionale, ancora intitolato a quel macellaio fascista di Tiburcio Carías, che fu dittatore negli anni ’30-’40, l’atmosfera era surreale. I fischi al presidente dominicano Leonel Fernández, venuto solo per accompagnare Zelaya in esilio nell’isola, testimoniavano come in quella cerimonia vi fossero due convitati di pietra: Roberto Micheletti e Mel Zelaya.

Micheletti, pur amnistiato, è tornato un paria. Una volta compiuta la missione nessuno in Honduras ha più difficoltà a riconoscere che quello del 28 giugno è stato un golpe brutale ed è particolarmente penoso ripercorrere come in questi mesi i grandi media “democratici” si siano arrampicati sugli specchi per negare questa realtà. È rimasto a casa per non compromettere Lobo, ma è stato come se ci fosse.

Zelaya dal canto suo non poteva esserci neanche volendo, ancora rinchiuso nell’Ambasciata brasiliana. Ha trasferito simbolicamente la sua fascia presidenziale non a Lobo ma al popolo hondureño che lo ha accompagnato all’aeroporto. Forse 100.000 persone hanno cantato, si sono emozionate, hanno pianto in un’atmosfera che aveva poco a che vedere con quella di sconfitta e con un futuro particolarmente incerto. La Resistenza è un fronte molto composito, forse troppo. Classe media liberale accomunata dal riconoscimento in Zelaya di un leader che ha rotto molti schemi. Sinistra moderata, sinistra tradizionale, sinistra bolivariana, movimenti sociali con una preponderante presenza femminile. Lumpenproletariato asfissiato dai propri problemi di sopravvivenza è che ha visto in Mel una speranza. Troppi soggetti e troppo diversi per piattaforme comuni e addirittura per un partito unico o per torcere il braccio a Lobo e obbligarlo a quell’Assemblea costituente che metterebbe in moto la democrazia nel paese.

Eppure quella folla eterogenea sembrava davvero un popolo unico, il popolo hondureño che si riconosceva nelle bandiere di Francisco Morazán, in quelle del Che, in quelle cubane, in quelle venezuelane e soprattutto in quelle brasiliane con quel verde oro che brillava nel cielo di Tegucigalpa.

Forse Mel Zelaya, un politico che fino a un paio d’anni fa non si era differenziato dal curriculum grigio se non nero della classe politica centroamericana, è davvero uscito di scena con l’esilio dominicano. Ma in quell’abbraccio di folla, in quegli slogan bolivariani, nella richiesta del suo ritorno, anche gli scettici (come un po’ chi scrive) hanno dovuto riconoscere che Zelaya è riuscito a sintetizzare le emozioni, i sogni, le aspirazioni di tutte quelle persone che, nel momento nel quale si ritrovano sconfitte politicamente, si scoprono anche forti nello stare e sognare insieme un Honduras diverso possibile. Le emozioni non sono fatti, ma a volte sono perfino più consistenti.

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