Sono arrivati i grandi salvatori: gli Usa!

di Simone Bruno

PORT AU PRINCE – Forti polemiche contro gli Usa per aver accentrato tutta la macchina dei soccorsi. A cosa serve mandare 10 mila soldati in un paese che ha bisogno di medici, farmaci, alimenti e ricostruzione di abitazioni? Prima del terremoto molti haitiani vedevano la forza multinazionale dell’Onu come una forza di occupazione, adesso come vedono i militari statunitensi? I medici lavorano senza fermarsi.

Al settimo giorno dopo il sisma sono arrivati gli americani. La scusa è stata la sicurezza: saccheggi, scontri e linciaggi. Come se Port Au Prince normalmente fosse un paradiso. La realtà è che, date le circostanze, la situazione è fin troppo tranquilla. Però Obama ha comunque deciso di inviare 10000 soldati, tra cui 2200 Marines e una portaerei, per sistemare le cose e ristabilire l’ordine.

Intanto non finisce la sfilata di personalità, dopo la Clinton e Ban Ki-Moon è toccato al Clinton con Chelsea. Rituale giro in elicottero per verificare i danni, al sicuro dai mali odori, incontro con la stampa in cui portano la loro solidarietà e ponte aereo per gli aiuti bloccato, per garantire la sicurezza dei VIP.

Questa volta la Francia ha protestato ufficialmente davanti all’Onu per bocca del segretario di Stato della cooperazione Alain Joyandet, per le difficoltà ad atterrare di un aereo francese, che trasportava un ospedale da campo. Joyandet ha chiesto anche di precisare il ruolo Usa ad Haiti, dato che gli statunitensi controllano di fatto l’aeroporto e coordinano gli aiuti.

Catherine Ashton, capo della diplomazia dell’ Unione Europea è arrivata ad affermare che: “oggi ad Haiti più che di aiuti militari c’è bisogno di una maggior coordinazione per far sì che gli aiuti arrivono a chi ne ha bisogno”. Eppure i marines sono arrivati comunque.

Nessuno degli haitiani si è accorto che un altro VIP, il presidente Preval, è partito ieri per Santo Domingo, per partecipare ad una riunione preparatoria della conferenza dei paesei donatori del prossimo 25 gennaio. Del resto nessuno lo hai mai visto in un campo profughi o alla guida dei soccorsi. Preval ha parlato più ai mezzi di comunicazione stranieri che a quelli haitiani.

Intanto, fuori dalle istallazioni dell’ ONU la folla continua ad aumentare, alcuni sono alla ricerca di un lavoro come guide, interpreti o autisti, altri invece, la maggior parte, arrivano per capire dove finiscono gli aiuti che vedeno arrivare ogni giorno in aereo. In questa situazione ci sono stati i primi tafferugli con le forze dell’ ordine, finiti, per fortuna, solo con qualche ferito.

I Marines, a differenza degli aiuti umanitari, non sono rimasti in aeroporto, anzi. Sono subito entrati in azione e hanno lanciato bottiglie d’acqua dagli elicotteri sulle tendopoli. A terra li scortavano i caschi blu armati di M-16 per disperdere i terremotati e i bambini che accorevano.

Obama sembra applicare strategie geopolitiche sulle spalle dei terremotati, da una parte ha espropriato il controllo dal Paese ai cashi blu a guida Brasiliana, dall’altra guadagna consenso in casa cooperando con gli ex presidenti.

Ma mentre si fanno giochi politici e si decide chi salvare o quante razioni non distribuire, c’è chi non dorme da una settimana. Sono i dottori che: operano, aggiustano ossa, amputano estremità e sono vicini ai feriti.

Claudio è brasiliano ma vive a New York da quattro anni, il suo indice è abbracciato da una manina, e lui sorride alla padrona. Il cartello, appiccicato con un pezzo di scotch ai piedi della brandina, recita, nome: orfana; età: circa 18 mesi. Non si sa chi sia o da dove venga, ma sorride a tutti e per il momento la sorvegliano i suoi vicini di letto. C’è un secondo foglio sulla sua brandina: “per favore, se dorme non svegliatela”. “Abbiamo dovuto attaccare questo messaggio – racconta Claudio liberandosi il dito – perchè in tanti tornano a trovarla e lei deve riposare”.

“Ieri è stata la prima sera che ho dormito da quando sono arrivata – racconta Jennifer, uno dei pediatri accorsi dagli Stati Uniti – non abbiamo un posto dove stare, quindi riposiamo qui con i pazienti”. Sarah ha studiato con Jennifer e ha quasi 28 anni, anche se ne dimostra parecchi di meno. Quando parla di Jackson si commuove: “guarda quanto è bello quel ragazzo – dice indicando un adolescente che ricambia il saluto con un sorriso – ero lì quando non sono riusciti a salvargli la mano. Lui ha una forza incredibile e ci ringrazia perché è ancora vivo”.

È ormai sera nell’ospedale da campo dell’ Onu, alcuni malati si lamentano cantando una litania che li aiuta a sopportare il dolore, molti dottori si sdraiano sui sacchi a pelo ai piedi delle brandine. Altri dormono su due sedie unite, appena fuori della tenda, vicino alla montagna delle loro valige accatastate.

Anche l’orfana senza nome si è addormentata.

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