Sull’orlo di una crisi di rame

di Stella Spinelli

SANTIAGO – Si ferma la più grande miniera a cielo aperto del maggiore produttore di rame al mondo, il Cile. I lavoratori hanno incrociato le braccia il 4 gennaio in protesta contro i mancati aumenti salariali richiesti. Questo problema è una ‘gran gatta da pelare’ lasciata in eredità dal governo uscente di Bachelet al prossimo eletto il 17 gennaio.

SANTIAGO – Hanno incrociato le braccia in segno di protesta e il mercato internazionale del rame trema. Sono i seimila lavoratori della miniera più importante del principale produttore di rame al mondo, il Cile, e a portarli alla misura estrema è l’atteggiamento della statale Corporación del Cobre (Codelco), che si rifiuta di concedere ai minatori migliorie economiche richieste a gran voce. Dal 1996, è la prima volta che la miniera di Chuquicamata si ferma.

Dopo il fallimento delle negoziazioni dell’ultim’ora, gli operai della miniera a cielo aperto fra le più grandi al mondo sono entrati in sciopero. Inizialmente annunciato per il primo di gennaio, è slittato al 4 per dare la possibilità all’azienda di rilanciare e ai sindacati di trattare. Ma niente. Per il paese, che ha nell’esportazione di rame il principale introito, lo stop della responsabile di oltre la metà dell’intera produzione nazionale è un grave problema ed è urgente risolverlo. Ma le posizioni tra lavoratori e Codelco restano lontane. Nelle intense negoziazioni antecedenti l’inizio del ‘paro’ la Codelco era arrivata a offrire 12.800 dollari di aumento, quel che restava di un totale di 28.600. Una cifra che non convince i minatori, quindi, niente lavoro, ma si continua a trattare.

Tutto è iniziato con la consegna ai sindacati dello stralcio di contratto collettivo che la Codelco aveva intenzione di applicare per i prossimi tre anni. Una proposta bocciata in toto dai minatori, nonostante la tentata mediazione del governo Bachelet. Al centro della discussione sono quei 28600 dollari che, secondo la Corporazione del rame sono più che sufficienti visto che il salario minimo in Cile è di circa 313 dollari al mese. Il fatto che invece i minatori pretendino di più è visto dalla statale Codelco come una mancanza di etica nei confronti degli altri lavorati cileni e dell’intero paese.

“In questa negoziazione c’è in gioco una questione etica, che va molto al di là dei costi di una paralisi – aveva annunciato l’impresa il 28 dicembre in piena trattativa -. La decisione della Codelco Norte, rispettata all’unanimità dall’intera corporazione del rame, è accettare lo sciopero come un’imposizione che ci dispiace profondamente, perché è lo scenario peggiore sia per i lavoratori, che per la divisione, per l’impresa e per il paese intero. Non ci resta che prepararci per affrontare uno fra i periodi più amari della storia di Chuquicamata e Codelco”.

Più le ore passano più la perdita per l’azienda aumenta. Non solo, infatti, il prezzo del metallo alla Borsa di Londra è subito salito dell’1 per cento, arrivando a toccare la cifra più alta degli ultimi sedici mesi, (7430 dollari la tonnellata). Quel che più fa paura è la perdita giornaliera, stimata intorno agli 8 milioni di dollari. E se a Chuquicamata facessero seguito anche El Teniente, Andina ed El Salvador, gli altri tre giacimenti della Codelco, sarebbe la disfatta.

Intanto, il capo di gabinetto del governo uscente ha invitato alla “sensatezza”, appellandosi in particolare ai lavoratori affinché “abbandonino questa posizione estrema”. Questa del rame sarà una delle gatte da pelare che il governo Bachelet lascerà in eredità al nuovo capo del governo che uscirà dal ballottaggio del 17 gennaio. A contenderselo il candidato ‘oficialista’ Eduardo Frei, e il destrorso ricco e famoso Sebastián Piñera, che per ora i sondaggi danno come favorito.

Già distanziato da 15 punti percentuali dal re della Tv Piñera, Frei sta cercando disperatamente di rimontare appellandosi ai voti dei progressisti, durante il primo turno del 13 dicembre dispersi fra altri due candidati. Fra questi: Marco Enríquez Ominami, ex socialista ora indipendente, arrivato terzo con un ottimo venti percento dei suffragi, ora agognati da entrambi i candidati. Ma se Ominami è fortemente critico verso Frei, che si rifiuta di appoggiare, non perde occasione per sottolineare però che il trionfo di Piñera significherebbe uno storico passo indietro per il Cile.

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