Sentenza storica contro l’impunità

guateCITTÀ DEL GUATEMALA – E’ stato condannato per la prima volta nella storia del Guatemala un ex militare complice del genocidio maya: l’ex comisionado militar, Felipe Cusanero. Il Tribunale ha inoltre chiaramente affermato la natura permanente del reato di sparizione forzata, che non è previsto dal codice penale. Guatemala ha il primato del numero di desapariciones: oltre 45 mila.

Mi raccontano che, nel calendario Maya, il giorno “E’” è quello nel quale s’inaugura un percorso e si aprono le porte di un cammino verso la giustizia.

Il 31 agosto 2009, nel calendario Maya, in effetti, corrispondeva a un giorno “E’”.

Per tutti quelli, Maya e non, che amano il Guatemala e che in qualche modo si adoperano per sconfiggere l’impunità che regna nel paese dell’eterna primavera sulle gravissime violazioni dei diritti umani commesse nel corso di un conflitto interno durato 36 anni, il 31 agosto 2009 sarà comunque una data da ricordare. Quasi quanto il 29 dicembre 1996, quando la firma degli Accordi di Pace di Oslo pose fine, almeno sulla carta, al genocidio che aveva già lasciato 250.000 morti (la quasi totalità dei quali appartenente a una delle varie etnie Maya), circa 45.000 desaparecidos e un milione di profughi. Quasi quanto il triste 26 aprile 1998, quando dei codardi pensarono che un’efferata aggressione potesse mettere a tacere per sempre quell’uomo coraggioso e cocciuto che era Monsignor Gerardi, che aveva appena reso pubblico un rapporto nel quale si denunciavano con tutti i dettagli del caso le violazioni commesse durante il conflitto e si facevano nomi e cognomi dei principali responsabili. In effetti, Monsignor Gerardi morì, ma lasciò come “testamento” una citazione evangelica: “la verità vi renderà liberi”. 

Queste parole sono riuscite a penetrare nella società guatemalteca più a fondo del prepotente colpo alla testa che ha ucciso Monsignor Gerardi e hanno segnato (e continuano a segnare) la vita di molti uomini e donne. Alcuni hanno dedicato la propria intera esistenza, a prescindere dai rischi e dalle continue intimidazioni, a cercare di stabilire quella tanto invocata verità e a ottenere giustizia per chi non c’è più. Altri si ostinano a cercare di mettere un bavaglio a quella verità, a presumere che la paura avrà la meglio sulla memoria ostinata e sulla dignità.

Sospetto che questi ultimi non abbiano letto una bella fiaba di quel genio di Gianni Rodari (Giacomo di Cristallo), nella quale un tiranno mette ai ceppi il povero Giacomo pur di nascondere una scomoda verità. Mi racconta Rodari che “di notte la prigione spandeva intorno una grande luce ed il tiranno nel suo palazzo faceva tirare tutte le tende per non vederla, ma non riusciva ugualmente a dormire. Giacomo di cristallo, anche in catene, era più forte di lui, perché la verità è più forte di qualsiasi cosa, più luminosa del giorno, più terribile di un uragano”.

La sentenza che il Tribunale di Chimaltenango ha reso alle quattro di pomeriggio del 31 agosto 2009, in un giorno E’ del calendario Maya, è decisamente il miglior modo di affermare la verità. E di dimostrare che alla verità, nonostante mille difficoltà e pericoli, può fare seguito la giustizia.

Nonostante quando si parla di desaparición forzada l’immaginario collettivo tende sempre a correre verso il più noto caso dell’Argentina, è il Guatemala a detenere il macabro primato di vittime di questo delitto odioso. 45.000, si diceva. E, sino al 31 agosto 2009, nessuna condanna per questo delitto: un’impunità assoluta che rinnovava di ora in ora, di giorno in giorno, la ferita sanguinante di non sapere che cosa è successo ad un proprio caro.

Il 31 agosto 2009 il Tribunale di Chimaltenango ha decisamente spalancato una porta sulla strada che conduce alla giustizia: Felipe Cusanero, ex comisionado militar, è stato condannato a 150 anni di carcere per la sparizione forzata di 6 uomini e donne (Lorenzo Ávila, Alejo Culajay Ic, Filomena López Chajchaguin, Encarnación López López, Santiago Sutuj, Mario Augusto Tay Cajt) – per la cronaca, tutti Maya – avvenuta tra il 1982 e il 1984 nel villaggio di Choatalum. 25 anni di carcere per ciascuna delle vittime.

La sentenza del giorno E’ riveste una particolare importanza non solo simbolica, ma anche, e soprattutto, giuridica. Sino ad oggi, infatti, quei pochi casi di sparizione forzata di persone che erano arrivati di fronte all’autorità giudiziaria erano stati archiviati e spesso si era utilizzato il criterio per cui, non esistendo la fattispecie penale di sparizione forzata di persone nel momento in cui si era verificato il delitto, non si potesse procedere.

Il tribunale di Chimaltenango ha chiaramente affermato la natura permanente del reato di sparizione forzata (si continua a commettere sino a che non si stabilisce con certezza la sorte toccata alla vittima e, in caso di decesso, non ne vengono esumati e identificati i resti mortali), determinando l’applicabilità della fattispecie penale introdotta nel codice guatemalteco nel 1996 e l’impossibilità di invocare la prescrizione.

La sentenza del giorno E’, in effetti, arriva in un momento cruciale nella lotta contro la sparizione forzata di persone, in Guatemala e nel mondo intero.

Il 30 agosto cade la giornata mondiale contro la sparizione forzata di persone. In quasi 30 diversi paesi del mondo le associazioni di famigliari di persone scomparse forzatamente, accompagnate da esponenti della società civile e da membri di organizzazioni non governative, hanno svolto manifestazioni denunciando questo crimine contro l’umanità che ha scaraventato migliaia di uomini e donne a tutte le latitudini nel dramma di vivere relegati tra il sordo dolore e la più cocciuta e tremendamente umana speranza. Ad Algeri, per esempio, 80 uomini e donne hanno sfidato la proibizione presidenziale e sono scesi in piazza (come le Madres de la Plaza de Mayo hanno fatto e continuano a fare) in un clima di tensione palpabile, chiedendo semplicemente di sapere la verità e di ottenere giustizia per le 9.000 persone scomparse negli anni Novanta in Algeria.

A Manila invece si sono radunati rappresentanti delle associazioni di famigliari di scomparsi forzatamente delle Filippine, del Nepal, del Kashmir, dell’Indonesia, della Tailandia, di Timor Est, del Pakistan e dello Sri Lanka. Anche loro hanno ribadito, ciascuno nella propria lingua, la stessa richiesta che si è udita ad Algeri e che, qualche ora dopo, sarebbe echeggiata nelle manifestazioni tenutesi in varie città dell’America Latina: verità e giustizia.  A Manila, mentre l’aria si faceva densa del calore insopportabile che precede l’acquazzone quotidiano della stagione delle piogge, non si sono viste lacrime gratuite. Si è solo sentito ripetere con convinzione uno dei motti della Federazione Latino Americana di Famigliari di Scomparsi: “non esiste dolore inutile”. Confesso però che, a bassa voce, alcuni dei presenti hanno mormorato un’ulteriore domanda: “quando?”. Presumo intendessero “quando arriverà il giorno della verità e della giustizia?”. Quello in cui si riesce a dare il senso al dolore di una vita.

Il fuso orario ci ha portato la risposta, inaspettatamente, da Ciudad de Guatemala.

Per telefono è arrivata la notizia del giorno E’: anche se i presenti non conoscevano Lorenzo, Alejo, Filomena, Encarnación, Santiago o Mario Augusto, apprendere che il responsabile di queste sparizioni forzate sia stato condannato e sia effettivamente in carcere, è stato un messaggio dalla forza dirompente, che li ha motivati a riprendere con ancora maggior convinzione i propri sforzi. Perché, in effetti, anche se a volte si deve attendere per più di vent’anni, la giustizia può arrivare e la verità, come nella fiaba di Rodari, non permette al tiranno di dormire in pace.

Mi raccontano che nel calendario Maya esistono anche i giorni Aq’ab’al e Aqmaq: il primo rappresenta al tempo stesso l’alba e il tramonto, la luce e l’oscurità; il secondo rappresenta insieme perdono e peccato, momento più buio della notte e primo raggio di luce. Confesso che non so a che giorno del calendario Maya corrisponda l’8 settembre 2009. Sono però certa che ci sono tutte le caratteristiche dell’ambiguità di Aq’ab’al e Aqmaq.

Alle 9 del mattino di fronte alla prima sezione del tribunale di Chiquimula si terrà un’udienza di fondamentale importanza per un ulteriore caso di sparizione forzata di persone e può trattarsi o del primo raggio dell’alba o della condanna all’oscurità.

Il 19 ottobre 1981, nella comunità di El Jute, vennero fatti sparire da membri dell’esercito guatemalteco Jacobo Crisóstomo Chegüen, Miguel Ángel Chegüen Crisóstomo, Raúl Chegüen, Inocente Gallardo, Antolín Gallardo Rivera, Valentín Gallardo Rivera, Santiago Gallardo Rivera e Transito Rivera. Sono trascorsi 28 anni e i famigliari di questi 8 uomini non hanno ancora potuto conoscere la verità sulla sorte dei propri cari e, se del caso, dare loro sepoltura in accordo con i propri riti e le proprie credenze.

In questi 28 anni non si sono risparmiati i tentativi di portare alla sbarra i responsabili. Non si sono risparmiati neppure gli attentati contro i testimoni, i famigliari e gli avvocati coinvolti nel caso (già, i tiranni cercano sempre di mettere a tacere la verità…).

Non esiste dolore inutile e, nel 2005, si riesce ad ottenere che venga emesso un mandato di cattura e vengano effettivamente portati in carcere in attesa di giudizio i presunti responsabili: colonnello Marco Antonio Sánchez Samayoa, i comisionados militares Salomón Maldonado Ríos, José Domingo Ríos Martínez, Gabriel Álvarez Ramos e Juan Carlos Ramos Rivera (quest’ultimo già deceduto).

Nel 2008 si apre il processo che, pur lentamente, riesce a superare i mille cavilli giuridici accampati dalla difesa e che, finalmente, potrebbe entrare nel vivo e culminare con una sentenza di condanna. Il 7 dicembre 2008, con una scandalosa risoluzione, la Corte costituzionale guatemalteca accoglie le richieste di Sánchez Samayoa, che torna in libertà, a far compagnia a migliaia di criminali che continuano a sostenere di aver ucciso, torturato e fatto sparire migliaia di persone per garantire la “sicurezza nazionale”.

Ciononostante il processo continua e si può ancora sperare, soprattutto dopo l’incoraggiante esempio di quanto avvenuto nel giorno E’, di ottenere giustizia e di riportare in carcere i responsabili.

Ci sono ben 19 testimoni di quanto avvenne quel 19 ottobre 1981. Dal 2008, questi uomini e donne vivono nel terrore, in quanto oggetto di continue minacce e attentati. La Commissione interamericana dei diritti umani ha ordinato al Guatemala di adottare ogni misura che si renda necessaria per tutelare la loro vita e la loro integrità personale. Per essere obiettivi, i risultati ottenuti sino ad ora in tal senso sono scarsi. Il 25 luglio 2009 uno dei famigliari delle vittime è stato raggiunto da un colpo di arma da fuoco esploso da individui non identificati e sta ancora lottando per ristabilirsi.

Dal giorno E’ e in concomitanza con l’avvicinarsi dell’udienza dell’8 settembre 2009, le telefonate anonime e le minacce si sono decuplicate e le autorità non danno cenno di prendere misure più efficaci per tutelare questi uomini e donne che sono disposti a rischiare la propria vita in nome della verità.

Non so che giorno sarà domani nel calendario Maya. Se si tratta di un Aq’ab’al o di un Aqmaq, voglio sperare che corrisponda all’interpretazione di “alba e affermarsi della luce”.

Sia come sia, so che questi 19 uomini e donne, i famigliari delle 8 vittime e i loro avvocati non saranno soli domani: li guardano con speranza e solidarietà centinaia di altri famigliari di scomparsi nei più diversi paesi del mondo.

Li dobbiamo guardare con attenzione e rispetto anche noi, da ogni angolo della terra. Per far sapere al colonnello Sánchez e ai suoi scagnozzi Maldonado Ríos, Ríos Martínez e Álvarez Ramos che, come il tiranno di Giacomo di Cristallo, non possono dormire sonni tranquilli e le loro minacce non metteranno a tacere la verità.

Se non il giorno E’, per loro, mi auguro sia arrivato il giorno Kan. Quello della “giustizia e della verità”.

Gabriella Citroni

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