Un piano per estinguere gli indigeni Awà

awaBOGOTÀ – Sono 28 gli indigeni Awá uccisi presuntamente dai paramilitari e dall’esercito dall’inizio dell’anno in Colombia. Questo paese non dovrebbe essere una delle grandi democrazie dell’America latina? Il relatore speciale dell’Ufficio Onu sui diritti umani dei popoli indigeni, James Anaya, ha dichiarato che la situazione di queste etnie “è grave, critica e profondamente preoccupante”.

“Nell’omicidio del 26 agosto dei miei compagni è coinvolto anche l’esercito”. Così, Eder Burgos, il portavoce degli indigeni Awá, denuncia il massacro di dodici persone tra cui sette minorenni. Tra questi un bambino di appena un anno. “Ci sono oscuri interessi che cercano di insabbiare i veri autori della strage”, spiega, un fatto che ha commosso l’opinione pubblica non solo colombiana.

Tutto è accaduto nelle prime ore del mattino di mercoledì scorso, in una casa del resguardo indigeno di Gran Rosario, nel Tumaco, dipartimento al confine con il Nariño, nel sud-est del paese. Uomini incappucciati e in mimetica hanno sterminato questo gruppo di persone in una casa di El Divisio. Non è ancora ufficiale a che gruppo appartenesse lo squadrone che ha sterminato il gruppo di Awà, ma è noto che si tratti di un’area a vasta presenza paramilitare. E da sempre i ‘paracos’ vanno a braccetto con l’esercito.

Eppure, per questa strage c’è già un capro espiatorio che le autorità si sono affrettate a consegnare alla giustizia. Si tratta di Jairo Miguel Paí, anch’egli indio, da tempo espulso dalla comunità per i suoi legami con i paramilitari. Ma Burgos non ci sta. Paí, secondo gli Awà, merita di restare dietro le sbarre, certo, ma perché ha tentato di estorcere denaro a molta gente, non certo perché mandante o responsabile di un crimine tanto efferato. “Adesso, quello che vogliono (le autorità di polizia) è che le indagini portino a dei colpevoli, siano quelli che siano”, ha spiegato.

E i fatti sembrano dar loro ragione. Non solo la zona è ad alta presenza paramilitare, e quindi sotto il loro diretto, violento e illegale controllo, ma l’esecuzione dei dodici indigeni è avvenuta proprio nella casa di Sixta Tulia García, la donna 35enne che aveva osato denunciare la morte del marito, Gonzalo Rodríguez, puntando il dito contro l’esercito. Coincidenza o chiaro segnale di avvertimento in puro stilo mafioso?

I nativi non hanno dubbi. Siamo di fronte all’ennesimo crimine di Stato, insabbiato e deviato grazie a un caprio espiatorio.

A indagare è la Fiscalia e l’unica cosa certa è che l’esecuzione è stata fatta usando pallottole calibro nove millimetri. Certo, c’è anche la testimonianza di chi descrive uomini in mimetica, ma in Colombia la mimetica la indossano tutti, indistintamente: esercito, paramilitari e persino guerriglieri. L’unico elemento distintivo, dato che sicuramente fasce e simboli sono scrupolosamente rimossi prima di ogni retata in cui l’anonimato è fondamentale, possono essere le calzature. È cosa nota che i guerriglieri di Forze armate rivoluzionarie colombiane o Esercito di liberazione nazionale siano soliti indossare stivali in plastica nera, in puro stile contadino. A differenza di militari e paracos che invece camminano con anfibi rinforzati e pieni di stringhe.

Intanto, a rincarare la dose sull’esistenza di un piano criminale teso a sterminare gli Awà è il presidente dell’Unità indigena di tale popolo (Unica), Gabriel Bisbicus, che parla di “forze oscure, con la complicità di organismi di sicurezza statale”. E ricorda come da mesi gli Awà siano pedinati, minacciati, perseguitati, sia nel loro territorio che a Pasto, la capitale dello stato di Nariño. Da gennaio, sono 28 i morti ammazzati tra i 27mila cinquecento Awà, sparsi nei 21 resguardos tra Nariño e Putumayo, in un territorio di 322mila ettari. Tanto che le associazioni in difesa delle popolazioni indigene lo definiscono il popolo che corre il maggior rischio di estinzione in Colombia.

Gli Awà, che in Awapit significa ‘gente’, hanno già subito molto dal conflitto armato che da 45 anni logora la Colombia. Intanto, nati cacciatori, sono dovuti diventare agricoltori e allevatori di animali domestici.

Coloni, guerre civili, cercatori di oro e di legno, cocaleros, mine antiuomo, conflitti a fuoco, retate e blitz orchestrati da quelle forze che agognano le loro terre ricche e fertili, li hanno costretti a cambiare drasticamente stile di vita, castrando una cultura millenaria. E, come se non bastasse, restano nell’occhio del mirino.

E le altre popolazioni native non se la passano certo meglio in Colombia. Il relatore speciale dell’Ufficio Onu sui diritti umani dei popoli indigeni, James Anaya, in luglio ha dichiarato che la situazione di queste etnie nel paese andino “è grave, critica e profondamente preoccupante”.

Stella Spinelli

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