Uribe può essere rieletto, ma non è un ditattore

Il presidente della Colombia Alvaro Uribe

Il presidente della Colombia Alvaro Uribe

Nessuno parla del fatto che Uribe sta creando le condizioni per la sua ricandidatura alla presidenza. Quando Chavez aveva proposto il referendum per modificare la Costituzione e rendere possibile la sua ricandidatura, quasi tutti i media del mondo avevano tuonato: Chavez è un dittatore! Questo non è il caso di Uribe, perché come amico degli Usa, non può essere attaccato.

BOGOTÀ – Il Parlamento colombiano ha approvato martedì la legge che porterà ad un referendum col quale i colombiani decideranno se il Presidente Álvaro Uribe potrà ricandidarsi a Palazzo Nariño.

Chi scrive non è particolarmente turbato dall’idea che Uribe possa ricandidarsi (mi preoccupa di più che venga rieletto) se non che si potrebbe scrivere un intero tomo su irregolarità, brogli, violazioni del codice penale anche nella prima rielezione e sui voti comprati per permetterla che hanno portato in galera il corrotto ma non il corruttore.

Sì, ricordo, parlamentari di quel paese sono stati condannati e incarcerati per corruzione per aver venduto il proprio voto a favore della rielezione di Uribe, ma chi ha comprato quel voto non è stato neanche incriminato in una sorta di Lodo Alfano alla colombiana.

Quello che turba allora, quello che è disdicevole, è il silenzio, l’approvazione o l’indifferenza rispetto alla ri-rielezione di Uribe di quei media che si erano stracciati le vesti per un percorso analogo (ma indiscutibilmente più limpido) da parte del presidente venezuelano Hugo Chávez.

Nel caso di Chávez scrissero allarmatissime paginate per lo più di menzogne. Nel caso di Uribe, silenzio o velato farisaico appoggio. Guardate, è solo un esempio, l’olimpicità del Velino di Capezzone che pure ha scritto pagine memorabili sulla democrazia violata dal permettere la candidatura di Hugo Chávez che non faceva il favore di levarsi di torno. Oppure studiate il caso di scuola di El País di Madrid, sul quale i nostri velinari ricalcano le loro incerte noterelle latinoamericane: mentre per Chávez trasudavano sdegno, sarcasmo, preoccupazione nel caso di Uribe si rifugiano nel più anglosassone degli understatemen.

Domandina: perché quello che è inammissibile in Venezuela diviene accettabile e perfino auspicabile in Colombia? Perché nessuno parla (altrettanto a sproposito beninteso) per Álvaro Uribe di dittatura, di rielezione a vita e altre amenità come hanno fatto per Hugo Chávez?

Non sarà perché la Colombia, un paese nel quale si concentrano la maggioranza delle violazioni dei diritti umani, civili e sindacali dell’intera America latina, è oramai una sorta di nuovo “stato libero associato” agli Stati Uniti, una nuova Portorico gigantesca per la quale, come ha detto pochi giorni fa Noam Chomsky, “parlare di sovranità è una burla”?

Gennaro Carotenuto

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