Micheloni, un dazio sociale per i paesi poveri che esportano in Europa

Il deputato del Pd eletto all'estero, Claudio Micheloni

Il deputato del Pd eletto all'estero, Claudio Micheloni

Il senatore Claudio Micheloni, eletto nella circoscrizione Europa e residente in Svizzera, sostiene che i tagli della Finanziaria determineranno la fine della difussione della cultura italiana nel mondo. Sottolinea inoltre che questa conseguenza rappresenterà una sconfitta per l’Italia, poiché gli italiani nel mondo hanno già fatto un’integrazione. Per quanto riguarda la politica dell’attuale governo, il senatore del Pd sottolinea che è la stessa per gli italiani della penisola che per quelli residenti all’estero: spot televisivi e poca attenzione ai veri problemi della gente. Micheloni inoltre propone di creare un nuovo ufficio indipendente all’interno del Ministero degli Affari Esteri (Mae) che si occuperebbe unicamente di espletare tutti quei servizi amministrativi che non hanno bisogno della diplomazia ma di personale competente. Gli impiegati di tale ufficio dedito ai connazionali dovrebbero essere scelti fra le nuove generazioni nate dall’emigrazione. Partendo dal presupposto che la globalizzazione potrebbe farsi in maniera costruttiva, il senatore difende un’utopia che potrebbe risolvere molti problemi: istituire, non una tassa doganale di protezione dei mercati, ma un dazio sociale. Secondo questa teoria, chi vende in Europa un prodotto fabbricato in un paese dove non c’è la protezione sociale data dagli ammortizzatori, dovrebbe pagare un’imposta che permetterebbe a tale paese in via di sviluppo di crescere.

Come hanno influito i tagli della Legge finanziaria 2009 sulle collettività italiane nel mondo e come pensa che influiranno il prossimo anno? Sono previste delle modifiche alle misure che riguardano gli italiani nel mondo nella prossima finanziaria? 

I tagli avranno un effetto drammatico. La gente ancora non si rende conto del loro effetto. Basta pensare che in autunno sopravvivranno ancora quei pochi corsi di lingua e cultura italiana che hanno ancora qualche risorsa per tirare avanti un mese o due ma non ci saranno più garanzie per il futuro.

Le finanziarie 2010, 2011, di fatto sono già state scritte dal decreto 2008 e prevedono ulteriori tagli, dunque, se la situazione resta quella attuale, si può dire che da qui a due anni non ci sarà più diffusione di lingua e cultura italiana nel mondo. Resterà quel poco che potrà fare la Dante Alighieri alla quale è stato ridotto del 20 per cento il finanziamento ed infine l’apporto degli Istituti Italiani di Cultura che però, come tutti sappiamo, sono essenzialmente uno strumento per piazzare persone dall’Italia e non per promuovere la diffusione di lingua e cultura italiana.

Io prevedo un effetto psicologicamente negativo perché, secondo me, sarà vissuto dalle comunità italiane all’estero come un abbandono da parte dello Stato e questo equivale a distruggere decenni e decenni di lavoro che si è basato spesso sul volontariato e sull’impegno degli emigranti. Il grande sconfitto di questa situazione è l’Italia e non tanto gli italiani all’estero perché, bene o male, noi la nostra storia di integrazione ce la siamo fatta senza l’Italia. 

Come è cambiata la situazione per gli italiani all’estero dall’inizio della XVI legislatura? Quali apporti ha dato questo governo rispetto al precedente?

Questo governo ha solo trattato gli italiani all’estero come sta trattando l’insieme degli italiani, tagliando il più possibile tutto quello che riguarda i servizi e le prestazioni sociali. Faccio un esempio: hanno tolto l’imposta ICI alle persone che possono pagarla. Questa imposta era stata tolta dal governo Prodi alle persone di minori risorse, operai, pensionati, lasciando il dovere di pagarla alle persone che hanno i mezzi. Questo governo ha tolto l’ICI anche a coloro che avevano la possibilità di pagarla, arrecando un danno all’erario di quattro miliardi di euro. Poi, per far ingoiare quella pillola, ha inventato la tessera dei poveri per la quale ha speso sui 400mila euro. Il rapporto è di uno a dieci. Gli italiani all’estero vengono trattati come quelli residenti in Italia, senza nessuna sensibilità per i problemi veri della gente. Tanti spot televisivi e tanta protezione agli interessi della classe economicamente ricca e benestante. 

Quale è la sua proposta riguardo al disegno di una nuova legge sulla cittadinanza? 

Io considero il problema della cittadinanza la madre dei problemi della politica degli italiani all’estero. Purtroppo non è pensabile che si possa riacquistare la cittadinanza per discendenze infinite. Questo significherebbe, parlando un po’ per assurdo, che la popolazione italiana tra qualche anno potrebbe aumentare di decine di milioni di persone e nessuno stato al mondo sarebbe in grado di assorbire un tale incremento. La mia proposta per la cittadinanza è relativamente semplice, chi è nato italiano e ha dovuto rinunciare alla cittadinanza italiana per legge di altri stati deve poterla riprendere senza nessuna pratica se non quella di presentare il certificato di nascita, per il resto sia questi cittadini che tutti gli altri nati in Italia possono trasmettere la cittadinanza fino ai nipoti. Al di là di questo limite non si giustifica più la trasmissione della cittadinanza.

Può apparire un discorso egoistico ma non lo è, è un discorso realista sia perché nel corso delle generazioni c’è stato un processo di integrazione e siamo diventati cittadini di altri paesi sia, e soprattutto, perchè riporta il problema ad una dimensione accettabile. Tutti coloro che fanno un discorso serio, senza ricorrere al populismo, anche tra le file del centro destra, dicono che se non c’è una certezza del numero dei cittadini di nazionalità italiana diventa impossibile prevedere tutte le politiche sociali, culturali ecc. dirette agli italiani all’estero. 

E’ noto che la rete consolare in America latina è sovraccarica di lavoro. Come la si potrebbe rendere più snella ed efficiente? La riduzione del numero dei consolati in Europa potrebbe essere una soluzione? 

Purtroppo non è così. D’altra parte sono convinto che l’Italia dovrebbe inventare un nuovo Ministero degli Affari Esteri (Mae) capace di affrontare due funzioni di fondo.

La prima è comune a quella di tutti i Ministeri degli Esteri del mondo e riguarda la politica estera, la promozione del paese, dell’economia, l’apertura di nuovi mercati ecc. La seconda sarebbe tipicamente italiana perché il nostro paese è l’unico con una comunità italiana all’estero tanto estesa e dovrebbe riguardare l’espletamento dei servizi per i nostri connazionali. Bisognerebbe inventare un nuovo strumento di lavoro del Mae, un ufficio capace di  rispondere alle richieste dei nostri anziani, dei giovani, del rilascio dei passaporti, insomma di erogare tutti quei servizi amministrativi che non hanno bisogno della diplomazia ma di personale competente.

Questo personale a mio avviso dovrebbe essere assunto tra i giovani delle nostre nuove generazioni evitando di esportare dall’Italia un personale amministrativo che in genere, e questo non è un luogo comune ma purtroppo ancora oggi una realtà, è composto da persone che stanno all’estero unicamente per interessi di missione, economici e che hanno ben poco senso di servizio verso la comunità. Poi, per fortuna, in tutti i Consolati c’è sempre la persona che ha senso dello stato e copre le carenze di un sistema che è completamento superato. Un cambiamento di questo tipo richiederebbe di andare a toccare i privilegi di questa “casta” del Mae che è di una grande potenza, capace di fare lobby e politiche trasversali molto forti.

Una vera sfida per il governo italiano, che sia questo o un altro, ed è questa la sfida che dobbiamo cercare di raccogliere. Io non credo però che questo governo abbia la forza e la voglia di affrontare una riforma di questo tipo e quindi ci proporranno di nuovo riduzione dei servizi, degli uffici, riduzione del personale e dunque un ulteriore segnale di abbandono delle comunità italiane all’estero. 

Da quando gli italiani all’estero hanno dei propri rappresentanti in Parlamento si discute di una possibile modifica della struttura dei Cgie. Le funzioni attuali non sono un doppione di quelli dei deputati eletti all’estero? 

Sono stati presentati una dozzina di disegni di legge per riformare i Comites e il Consiglio Generale degli Italiani all’Estero (CGIE). Io avevo presentato un disegno di legge di profonda riforma di quest’ultima istanza, che però non è stato approvato. Inoltre non era stato accolto molto bene dalla dirigenza attuale di Comites e CGIE. La mia proposta infatti prevedeva, tra l’altro, una riduzione dei Comites e una differente modalità di nomina dei consiglieri.

La rappresentanza attuale sta in piedi da oltre un ventennio e quindi dovrebbe essere rinnovata. Il disegno di legge partiva dal presupposto che si ha bisogno di meno Comites, ma di Comites con un peso politico reale nei confronti dell’amministrazione dello stato italiano. Avremmo inoltre bisogno di un CGIE che non sia il risultato di accordi tra associazioni, partiti, patronati, interessi particolari, ma che sia espressione di ogni Comites. Ogni Comites dovrebbe poi avere un proprio rappresentante nel Consiglio Generale. Il CGIE dovrebbe essere composto dai nostri rappresentanti nominati dai Comites e dagli assessori regionali nominati in Italia. In questo modo il CGIE assumerebbe un peso politico e istituzionale che oggi non ha, e lo stesso varrebbe per i Comites.

Il sottosegretario agli Esteri Alfredo Mantica ha affermato che “alcuni Comites sono diventati assemblee di condomini specializzate in pettegolezzi”. Qual è la sua opinione al riguardo? Che misure potrebbero essere prese per modificare la struttura e le funzioni dei Comites? 

A me non piace il linguaggio del sott. Mantica che definisce i Comites assemblee di condomini ma onestamente dobbiamo riconoscere che certi Comites non stanno dando una manifestazione di grande qualità di rappresentanza. Per esempio in Europa abbiamo due Comites che sono stati sciolti, si sono riorganizzate le elezioni e ancora oggi non riescono a nominare un presidente. Insomma non stiamo dando una grande manifestazione di serietà. E’ necessario, da parte nostra, che ci sia il dovuto rispetto verso un’istituzione che non è nata per diventare arena di confronto e strumento di interessi locali. Solo così potremo chiedere all’Italia di rispettarla. 

Qual è il programma a sostegno degli anziani nati in Italia, residenti all’estero e indigenti? Sono previste delle nuove iniziative e come si pensa dare impulso alle presenti? 

Purtroppo non c’è nessuna politica oggi per gli anziani indigenti. Noi stiamo tentando di salvaguardare quello che aveva avviato il governo Prodi e cioè l’esperienza delle assicurazioni in America Latina. Purtroppo il disegno di legge proposto dall’on. Mariza Bafile, che avrebbe permesso di affrontare con serietà questo tema, oggi è diventato lettera morta. Con i tagli alla finanziaria si sopravvive con quello che resta. Noi cerchiamo di salvare il salvabile ma il governo attuale su questo punto non ha nessuna politica e nessun progetto politico.

Si è pensata  una soluzione al problema degli indebiti pensionistici maturati senza dolo? 

Noi stiamo insistendo con l’INPS per risolvere questo problema e sono in corso ancora discussioni. E’ un punto che noi parlamentari di opposizione non abbiamo abbandonato e continuiamo a tentare di ottenere un risultato.

Quali sono i maggiori disagi sofferti dalla nostra collettività? E quali le misure prese di conseguenza dalle istituzioni italiane che la rappresentano?

Per me i disagi maggiori sono quelli degli anziani e degli indigenti in America Latina, quelli della rete consolare e dei servizi consolari in tutto il mondo e quello della diffusione della lingua e cultura italiana. L’attuale governo per questi problemi non offre nessuna risposta. Propone solo degli spot che servono unicamente a nascondere l’assenza totale di una politica su questi temi. Ne sono dimostrazione concreta i tagli drammatici che sono stati fatti sul piano finanziario. 

Vi sono state delle modifiche riguardo il rilascio dei visti per i cittadini extracomunitari dei paesi dell’America latina che intendono fare ingresso in Italia? 

A me non risulta. Il problema dei visti per gli extracomunitari che vogliono entrare in Italia in realtà rappresenta una grossa risorsa. L’anno scorso l’Italia ha incassato circa 50 milioni di euro grazie a questi visti, sono soldi che entrano direttamente e interamente nelle casse del Tesoro, nulla resta ai Consolati. Noi abbiamo chiesto al governo una modifica legislativa per far sì che le risorse prodotte dai visti non vengano immagazzinate nelle casse generali del Ministero del Tesoro ma restino in quelle del Mae nei capitoli riguardanti gli italiani all’estero. Una semplice scelta di questo tipo, che è stata bocciata da Tremonti, basterebbe largamente a rispondere alle tre principali emergenze segnalate prima.

Quali sono le similitudini e le differenze fra l’emigrazione italiana diretta ai paesi europei e quella diretta ai paesi oltreoceano?

Secondo me poche sono le similitudini se non le tragiche condizioni di partenza del dopoguerra. Chi emigrava in Europa partiva con l’idea del ritorno, manteneva i collegamenti con l’Italia e pensava: vado via tre, quattro, cinque anni e poi torno. Che poi questo sogno si sia infranto e che i tre anni siano diventati trenta o quaranta è un’altra faccia del problema. La maggior parte di questi emigranti sono comunque rimasti in Europa e quindi sono vicini a casa. Gli emigranti in Europa possono tornare in Italia con viaggi di poche ore soprattutto oggi, visto che i percorsi che prima richiedevano un giorno adesso si consumano in un’ora. Tutto questo fa sì che, anche questo cambiamento del progetto, questa provvisorietà che è diventata definitiva, è molto meno drammatica delle scelte fatte da chi ha lasciato il continente.

Nonostante la coscienza di quel taglio definitivo e malgrado le politiche cieche e disastrose del governo italiano, gli italiani delle Americhe, dell’Australia e dell’Asia mantengono rapporti forti con la penisola. Purtroppo neanche questo serve a far capire il potenziale straordinario che rappresentiamo per l’Italia.

Le similitudini fra le due emigrazioni sono poche. Gli emigranti fuori dall’Europa arrivarono in territori dove le difficoltà erano probabilmente maggiori di quelle di chi rimaneva nel Vecchio continente. Ma le potenzialità di sviluppo erano maggiori.

In Europa sono stati scritti vari libri sull’emigrazione italiana degli anni ’70 e tra questi uno dei più famosi è intitolato “Il sottoproletariato italiano in Svizzera”. Lì gli italiani sono arrivati come  manovali e sono rimasti per anni manovali, la crescita sociale è stata probabilmente più organizzata perché l’Europa è più organizzata ma più difficile. In altri paesi ho potuto constatare che le persone hanno potuto ottenere dei risultati straordinari frutto della loro qualità e del lavoro svolto. I risultati degli italiani all’estero non sono di certo consegnuenza delle politiche fatte dallo stato italiano.

Nel dopoguerra gli emigranti italiani in Belgio erano scambiati per una quantità di carbone, erano una merce che l’Italia vendeva ai belgi. Minatori in cambio di carbone. Dunque ben poche le similitudini se non la tragica storia dell’emigrazione forzata, perchè quando l’emigrazione è una scelta è un’ottima cosa, ma quando è forzata come lo è stato ieri per le nostre famiglie e come lo sta tornando ad essere oggi per i giovani in Italia è un passaggio difficile.

In Europa vi sono determinati ammortizzatori sociali che in America latina non esistono. La crisi mondiale come può allora influire sui cittadini del Sud del mondo che non si beneficiano di tali ammortizzatori? 

Torniamo ai vecchi discorsi sul perché la globalizzazione non ha avuto i risultati sperati. Io ho sostenuto che la globalizzazione potrebbe diventare qualcosa di costruttivo per il pianeta se inventassimo, non una tassa doganale di protezione dei mercati, ma un dazio sociale. Chi vende in Europa un prodotto fabbricato in un paese dove non c’è la protezione sociale degli ammortizzatori dovrebbe pagare una tassa. Questa tassa non dovrebbe finire nelle casse dell’Europa ma dovrebbe contribuire a creare un fondo mondiale da utilizzare per la creazione di quegli ammortizzatori sociali che non esistono. Per aiutare a farli nascere. Finchè i paesi che producono sfruttando i bambini e in condizioni di lavoro disumane non saranno penalizzati sul loro prodotto, non cambieranno mai e in questo modo i paesi senza ammortizzatori sociali ci metteranno decenni per fare progressi. Quando un paese si accorgerà che produrre a dieci invece che a cinquanta non gli porterà più alcun beneficio perché comunque il suo prodotto sarà venduto a cinquanta, probabilmente si deciderà a cambiare e noi daremo un aiuto all’accelerazione di quei cambiamenti molto più forte di quella che stiamo dando oggi.

Questa è una delle mie utopie ma non credo che sia possibile un’evoluzione valida finché l’economia avrà gli interessi che ha oggi e non vedo un’altra risposta al problema. Io mi chiedo se questa crisi non possa diventare un’opportunità per fare un piccolo passo verso questa direzione. In questo senso sono abbastanza ottimista perché la crisi porterà inevitabilmente ad un riordino della finanza e dell’economia internazionale e quindi potrebbe essere un’opportunità anche per parlare seriamente di questi problemi.

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