Il diritto di costruirsi un’esistenza dignitosa

Gennaro Capaldo racconta con umore sucessi, disavventure, insidie e annedoti dei suoi cinquanta anni vissuti in Venezuela. Dalla vendita ambulante, ai forni di mattoni, all’incendio nell’impresa di bottoni e alla temuta ‘Seguridad nacional’. La storia-simbolo dell’emigrante italiano in America latina: colui che ha saputo rinventarsi tutta la vita

Gennaro Capaldo a 80 anni a Caracas

Gennaro Capaldo a 80 anni a Caracas

CARACAS – “Quando sono arrivato in Venezuela speravo di continuare gli studi, invece non è andata così”. Questi i primi ricordi dello sbarco a Caracas dell’allora imberbe Gennaro Capaldo.

Sguardo fiero e borioso, postura distinta. Occhi vispi e camicia ben stirata a quadretti. Orologio d’acciaio e scarpe di pelle marrone rigorosamente all’italiana. Gennaro ci racconta con umore successi, disavventure, errori e aneddoti dei suoi cinquanta anni di vita in Venezuela.

“Appena messo piede in questo paese, mio fratello mi consegnò una valigia piena di stoffe – racconta sorridendo all’idea di sé stesso –  e mi mandò a venderle per le sontuose ville del quartiere di Las Mercedes. All’epoca ero un ragazzo timido e vergognoso”.

“La prima volta – racconta riferendo tutti i dettagli come se fosse successo ieri – rimasi impalato per la strada con la valigia in mano senza sapere cosa fare. La seconda volta riuscii vestito con il mio cravattino a citofonare a una porta ma non entrai. La terza volta rimasi impettito in attesa che mi aprissero dinanzi al cancello, mentre dentro si sentivano le urla dei bambini che piangevano e i cani che abbaiavano. La cameriera mi aprì pensando che fossi un impiegato dell’impresa di elettricità di Caracas e mi fece entrare. Non mi rimase che fingere di esserlo! – dice con uno slancio nella voce -. E con la voglia di sprofondare 10 metri sottoterra mi misi a controllare il contatore”.

“E’ veramente frustrante offrire un prodotto alla porta – conclude con lo sguardo di chi ha vissuto di tutto sulla propria pelle -. Nessuno dovrebbe essere obbligato dalle necessità della vita ad esporsi a una tale umiliazione!”.

Oggi è cambiato forse il metodo della vendita e la tipologia del venditore. Ma il fenomeno è cresciuto inesorabilmente, abbracciando tutti continenti. La vendita ambulante ai finestrini degli autoveicoli è sicuramente più frequente che alle porte di casa. Oggi spesso sono i nuovi migranti verso l’Europa a essere esposti a tale ‘umiliazione’.

Dopo l’esperienza di venditore alla porta, Gennaro andò a lavorare a Barinas nel ‘settore forte’ delle imprese italiane in Venezuela: la costruzione.

“Ho fatto perfino i mattoni nella mia vita. Fu veramente duro fisicamente passare tutta la giornata su quei forni che sputano fumo per fabbricare quei cubetti rossi – ricorda con una gocciolina di sudore sulla fronte -. Facevano più di 40 gradi sotto il sole cocente… e non mi pagarono neanche l’ultima settimana di lavoro!”.

Tra le prime sventure giovanili, Gennaro racconta dell’epoca in cui lavorava in un’impresa che importava bottoni e merletti:

“Una notte s’incendiò il locale. Mentre stavo andando in buona fede ad avvisare il padrone del disastro, m’imbbattei nella temuta ‘Seguridad nacional’. Mi accusarono di aver appiccato il fuoco nel magazzino poiché il proprietario aveva due assicurazioni che lo risarcivano in caso di incendio. La polizia mi torturò psicologicamente: mi tennero rinchiuso per ben una interminabile settimana…”.

“Fortunamente a quei tempi – conclude con un lieto fine il racconto, sospirando di sollievo – conoscevo il Nunzio apostolico del Venezuela, mons. Lombardo, perché avevo lavorato nel seminario di Napoli come domestico. Lui mi salvò”.

Fra gli innumerrevoli e diversi lavori svolti da Gennaro, bisogna includere anche il magazziniere in un supermercato e l’impiegato in una tintoria a Caracas.

“Poi ho aperto una mia tintoria – racconta con brio, sottolineando la sua assenza di conoscenze nel mestiere -. Dopo fu la volta delle cornici. Come spesso mi successe nei lavori intrapresi, la mia specialità era inventare”.

“Inventavo e me la cavavo – spiega senza peli sulla lingua -. I clienti non si accorgevano che ero incompetente”.

“Sono stato venditore di pasta asciutta, ma anche autista e ho creato perfino uno studio fotografico a Puerto La Cruz. Un mio amico mi spiegò in una settimana come imprimere le foto… ed io dalle cornici decisi di passare ai negativi e all’arte della stampa per me totalmente nuova”.

Dopo avere incursionato nel mondo culinario con l’apertura di una caffetteria, “ho lavorato nella compagnia di mio figlio che vendeva attrezzi per le piscine e adesso sono pensionato”.

Così chiude soddisfatto il racconto della sua avventurosa e travagliata esistenza. E si rivolge ai lettori:

“Tanti i passi che si fanno nella vita. Tanto sudore, lacrime e sangue. Ne è valso la pena. Tutti hanno il diritto di costruirsi un’esistenza dignitosa come ho fatto io”.

Barbara Meo Evoli

www.meoevoli.eu

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