La fatica dell’essere umano che cerca di evolvere

Lo scultore italo-venezolano Erasmo De Zotti espone durante il mese di luglio presso il Centro d’Arte Daniel Suárez a Caracas. L’artista autodidatta rappresenta la fusione tra il Mediterraneo e l’America latina. De Zotti e Suárez riconoscono che la nuova politica culturale si basa sulla promozione degli artisti locali, quando invece prima si dava maggiormente spazio agli europei. Le opere di De Zotti pongono delle domande agli spettatori, e, come in un sogno, esprimono suggestione e inquietudine. 

Scultura esibita nell'esposizione "Forme dell'alterità"

Scultura esibita nell'esposizione "Forme dell'alterità"

 

CARACAS – “La fatica dell’essere umano che cerca di evolvere con pochi strumenti”. Questo è quello che lo scultore Erasmo De Zotti vorrebbe trasmettere attraverso le sue opere, oggi esposte presso il Centro d’arte Daniel Suárez a Caracas.

L’artista autodidatta innamorato della scultura veste semplicemente e, seduto su una piccola sedia di legno, pulisce l’ultima statua arrivata. Poche parole ma intense. Le sue opere parlano per lui.

“Dobbiamo fermarci nella vita e chiederci il perché di tanto movimento – il messaggio che vorrebbe mandare al pubblico -. Per questo le mie opere si muovono. E attraverso il movimento voglio mostrare il duro lavoro vissuto da tante persone in questa terra”.

Erasmo rappresenta la fusione tra il Mediterraneo e l’America latina. Nato in Venezuela, ha vissuto la sua infanzia e adolescenza in Veneto, dove ha studiato nel Liceo artistico di Treviso senza concludere gli studi, ed è poi tornato a vivere a San Cristobal de Táchira. “Da buon mediterraneo, amo il concetto classico della sfera e lo unisco ad elementi della cultura pre-ispanica” sottolinea lo scultore.

“La pietra è un materiale nobile – spiega così l’artista italo-venezolano -, le statue devono suonare come se fossero vuote, altrimenti è come se non fossero fatte di pietra. Lavoro sia il marmo proveniente dall’Italia, come quello di Carrara, sia quello del nostro continente, come il marmo nero di San Gil e il marmo rosa di Motiscua, della Colombia, e la pietra gialla di Cumarebo, che assomiglia come colore alla pelle umana”.

Il Centro Daniel Suárez non ospita solo l’esposizione di Erasmo ma anche opere di scultura e pittura di altri artisti rinomati venezolani. “Il Centro è un’organizzazione senza fine di lucro – spiega il fondatore, scultore e restauratore Daniel Suárez – e, sebbene sia l’unico nello stile a Caracas, è veramente difficile da conservare. Ai giovani talenti diamo la possibilità di esporre e, inoltre, offriamo il nostro spazio anche per gli artisti già consacrati”.

Il Centro è una villa dai mattoncini rossi con un ampio arco a botte sulla veranda che invita a entrare e visitare le opere racchiuse all’interno. Oltrepassata l’arcata, si accede al grande antro principale in cui si ascolta solo il rumore dei passi leggeri dei visitatori che si aggirano fra le opere. Da un lato vi è una sala dedicata all’esposizione di Erasmo e un portone semicircolare scolpito in ferro battuto dà accesso al piccolo giardino che respira aria di tranquillità. Sul prato verde si alternano, in netto contrasto, sculture precolombine di pietra e opere contemporanee di colori sgargianti. Fra gli artisti presenti vi sono: Lía de Bermudez, Marta Rodriguez, Victor Valera, José Campo Viscardi, Enrico Armas, Julio Pacheco Rivas, Jesus Soto, Francisco Narváez e lo stesso Suárez.

“Oggi nell’arte in America latina vi è freschezza e novità – sostiene convinto di quello che dice Suárez, facendo un paragone con il Vecchio continente -. De Zotti usa la tecnica europea ma la scultura è di questa terra”.

Riguardo alla politica culturale, Suárez e De Zotti coincidono sul fatto che “oggi le istituzioni pubbliche promuovono gli artisti locali e quindi l’arte nazionale, che non è altro che un ibrido fra precolombino e europeo”, quando prima, invece, l’interesse era diretto maggiormente agli artisti europei. Rimane comunque molto difficile esporre delle opere che provengono da fuori Caracas, ciò a dimostrazione di come ancora nell’arte sia tutto concentrato nella capitale.

“E’ stato veramente arduo – spiega Erasmo rivivendo i momenti di difficoltà – trasportare tutte le opere da Táchira a Caracas. Il costoso trasporto di 400 kg di opere è stato possibile grazie all’aiuto del corrispondente consolare d’Italia a San Cristóbal, Armando Baldini”.

Poi volge un ultimo sguardo scrutatore alle sue opere posizionate nella sala silenziosa. Ognuna ha il proprio posto fisso, pur rappresentando il movimento. Ognuna pone delle domande allo spettatore. Ognuna, come in un sogno, esprime inquietudine e suggestione.

Barbara Meo Evoli

www.meoevoli.eu

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