Venezuela, i diritti delle donne e la lotta per l’emancipazione

Ancora oggi la principale violazione dei diritti umani nel mondo rimane la violenza sulle donne

 Il quartiere povero di Las Minas a caracas

CARACAS – “La rivoluzione deve attuarsi sia in piazza che dentro casa”. Questo il motto delle donne femministe argentine negli anni ’70. E’ lo stesso motto che riprende oggi Maria Santini, la coordinatrice della prima ‘Casa Abrigo’ costruita in Venezuela. In spagnolo ‘Abrigo’ significa letteralmente casa ‘riparo’ o ‘cappotto’. Le donne che subiscono la violenza domestica lì trovano rifugio. Lì viene data loro la possibilità di costruirsi una nuova vita lontana dal marito.

“Quando mi nascondevo nella montagna durante la guerriglia – ricorda Maria, che tuttora vive in un quartiere umile di Maracay – mi dicevo che se un giorno avessimo vinto, il mio sogno sarebbe stato costruire una fattoria e una scuola per bambini poveri. Ma dopo tanti anni e la sconfitta della nostra guerriglia, il movimento bolivariano – diretto dal presidente Chavez – nel quale non avevamo fiducia all’inizio, mi ha permesso di recuperare il sogno della mia giovinezza”.

“Quando avevo 20 anni, nella fabbrica tessile dove lavoravo – racconta la donna che è riuscita a tirare avanti vendendo fotografie di matrimoni – ho dovuto sopportare il sessismo dei padroni. Ho vissuto una doppia discriminazione: come donna e come operaia. Ho dovuto affrontare la tendenza femminile a delegare il potere agli uomini quando lavoravo nel programma di attenzione alla salute delle donne. In realtà, noi donne portiamo il peso di quasi tutte le responsabilità nella vita”.

Ma la sinistra ha tutelato, scavalcando gli schemi sociali tradizionali, l’eguaglianza dei diritti delle donne? “Un mio amico cubano – ricorda Maria – mi raccontava della doppia morale comunista: il compagno ha ancora il diritto a tradire la moglie, ma se è la compagna a tradirlo: la Rivoluzione è in pericolo”.

Santini, venezuelana di origine italiana, da quando nel 2001 è stata creata la ‘Casa de Abrigo’ Argelia Laya, ha lavorato dando anima e corpo nel programma promosso dal governo di Hugo Chávez e diretto dall’Istituto nazionale della donna (Inamujer) in attuazione delle ‘Legge sui diritti delle donne a una vita senza violenza’.

Oltre agli obiettivi raggiunti con le ‘Case rifugio’, la ministra per gli Affari della donna, María Leon, ha messo in rilevanza, fra i più importanti risultati nella lotta alla disparità fra sessi, l’assegnazione alle donne del 50% delle candidature nelle liste elettorali. Con l’obbligo, inoltre, che nella lista compaia alternatamente il nome di una donna e quello di un uomo, affinché le donne non si ritrovino, come è sempre stato, alla fine dell’elenco.

“Prima del governo di Chávez – ha ribadito la ministra ed ex sindacalista – solo il 30% delle candidature era assegnato alle donne e la norma non veniva neanche rispettata”. Ma cosa è cambiato per la donna nei dieci anni di governo di Chavez (‘98-2008) e di ‘socialismo del XXI secolo’? “La lotta per l’uguaglianza prima era solo ad appannaggio di una elite di donne borghesi, adesso vi è una politica di massa contro la nostra discriminazione. Il presidente del Venezuela ha sempre affermato che le donne sono le avanguardie in questa rivoluzione”.

“Un dato che rivela come le donne, dal ‘98 ad adesso, siano diventate parte attiva e produttiva della società – ha ricordato la ministra facendo una pausa con la voce – è la loro presenza negli organi decisionali: tre poteri dello stato su cinque sono presieduti da donne. Inoltre è donna: il 60 per cento dei membri dei consigli comunali – ovvero gli organismi popolari di autogoverno composti da circa 200 famiglie ognuno – e il 70 per cento del personale nelle nuove istituzioni create per garantire l’istruzione a coloro che ne erano stati da sempre privati”.

La psicologa Susana Medina facendo un quadro della realtà venezuelana ha invece sottolineato come nel paese si sia ancora lontani da un’eguaglianza di fatto. “La violenza, in tutto il mondo, nasce da una disuguaglianza fra i due sessi – ha spiegato – e all’uomo la società tuttora attribuisce maggior potere. Le donne hanno interiorizzato una gerarchia di valori imposta dalla società che è sbagliata: l’unione della famiglia deve essere salvaguardata a costo della propria vita. Prendere la decisione di allontanare un uomo che ti picchia viene ancora visto come un errore commesso dalla donna”.

Tante, troppe volte, il marito, o compagno, abbandona la casa di famiglia e scompare senza assumere la responsabilità dei propri figli. La donna rimane a carico dei piccoli, oltre a dover mantenerli, si occupa dell’educazione. La nota antropologa Iraida Vargas ha così spiegato il fenomeno non solo venezuelano: “La famiglia apparentemente ‘madrecentrica’, in cui tutto viene deciso dalla donna e l’uomo non assume le proprie responsabilità di padre, si concretizza in realtà in un patriarcato e i figli maschi finiscono per riprodurre lo stesso modello”. Riguardo alla violenza è intransigente sull’argomento: “E’ un male della società, non solo dell’individuo, e può essere risolto solo collettivamente”.

Ma come fare affinché la società, non solo venezuelana, prenda coscienza della discriminazione che ancora subisce la donna? Forse a volte si fa finta di non vederla, ma c’è. Se il governo di Chavez propugna la costruzione di un nuovo Uomo del ‘socialismo del XXI secolo’, quale è la nuova Donna che si dovrebbe costruire? E quali sono gli strumenti statali capaci di garantire un’eguaglianza integrale e dare alla donna uno spazio che le è sempre stato negato nella storia?

Secondo i dati dell’Onu, tuttora nel mondo le donne guadagnano un 30 per centro in meno di quello che guadagnano gli uomini per lo stesso lavoro, ogni 10 persone povere sono ben 7 le donne e i due terzi degli analfabeti sono donne. Ancora oggi la principale violazione dei diritti umani nel mondo rimane la violenza sulle donne.

Il governo di Chávez si è mosso e uno dei programmi sociali istituiti è stato la Missione “Madres del barrio”. Con quest’iniziativa le donne, con dei figli a carico e in situazione di necessità economica, ricevono dallo stato uno stipendio mensile al di sotto del salario minimo, a condizione che studino o intraprendino un’attività commerciale.

“Le donne che partecipano al programma sono attualmente 100 mila in tutto il paese – afferma la giovanissima direttrice della Missione Maria Edilmar -. Nel momento in cui le madri cominciano ad avere un proprio reddito, grazie ai corsi di formazione impartiti, non viene più erogato il sussidio”.  Per quanto riguarda i contenuti della formazione puntualizza: “Non finanziamo i corsi da parrucchiera o estetista: sarebbe un controsenso perché riprodurremmo il modello di ‘donna-corpo senza mente’ ”.

Edilmar, mentre gioca con la penna, non nasconde che in Venezuela “fra le donne che ricevono il sussidio del programma Madres vi è un settore apatico che non si risveglia con l’incentivo e che non modifica la propria dipendenza dall’uomo”. Ma bisogna ricordare che “noi donne veniamo da decenni di vita in posizione di inferiorità rispetto all’uomo. Fino a poco tempo fa, non c’erano donne che parlavano nelle riunioni, prima di Chávez non esistevano politiche efficaci per la parità dei sessi”.

“Vi sono poi funzionarie statali che – ammette con franchezza Edilmar – non avevano proprio problemi economici e stavano nella lista di ‘Madres del barrio’. Questa si chiama corruzione e ovviamente ogni anno abbiamo dovuto depurare l’elenco da chi lo ha usurpato illegittimamente”.

Maria Corina Machado, ingegnere e presidente dell’organizzazione non governativa Sumate allineata con l’opposizione, ci tiene a precisare che non esistono statistiche attendibili sulla famiglia in Venezuela e perciò: “è impossibile concludere se le politiche per la parità dell’attuale governo siano effettive”.

Sumate riceve una grossa parte delle sue sovvenzioni dall’agenzia di cooperazione statunitense Usaid ed è stata al centro di uno scandalo perché i dollari ricevuti venivano cambiati in bolivares al tasso di cambio in nero molto favorevole all’organizzazione rispetto a quello ufficiale, ma vietato dalla legge.

Sull’imposizione della quota a favore delle candidate-donne, Machado con un eterno sorriso afferma che “è come riconoscere che le donne non ce la possono fare da sole”. E rispetto ai risultati del programma Madres ha i propri dubbi: “il sussidio crea una dipendenza della cittadina dallo stato e inoltre così il governo può controllare l’operato delle donne che ricevono l’aiuto economico, limitando la loro libertà di scelta politica”.

Su come funzionano i rapporti fra i due sessi nella società venezuelana, Machado, anche lei madre di tre figli, sulla quarantina, ricorda che “la donna riceve tradizionalmente l’intero peso della famiglia. Qui gli uomini ‘aiutano’ in casa, quando non si dovrebbe parlare di aiuto ma di condivisione degli incarichi. Io penso che sono stata una delle poche ad avere più opportunità per il fatto di essere donna. Nell’aula dove studiavo a ingegneria eravamo 8 ragazze rispetto a 70 ragazzi, così ci distinguevamo”.

E’ vero che vi sono molte donne parte del programma Madres del barrio che sono pagate dallo stato per continuare a trascorrere la loro vita in casa, filando la calzetta al marito e prendendosi cura dei figli. Queste non fanno nessuno sforzo per migliorare la propria vita: né cominciano a studiare né intraprendono una piccola attività produttiva. Questo è il caso, per esempio, di Genesis di 22 anni e Milagro, la zia, di 53. Per arrivare nella loro casupola bisogna inerpicarsi per un erto vicolo incastonato nel quartiere umile La Pastora a Caracas, entrambe chiacchierano mentre i bambini giocano. Ventilatore sempre acceso, tv, lettore dvd e statuette della Vergine e di eroi indigeni come Guaicaipuro sul comò, non hanno una gran voglia di uscire dalle mura domestiche.

La Missione potrà garantire a tutte le donne non abbienti e a lungo termine un’autentica integrazione nel sistema produttivo e nella società? E quelle che non votano Chávez?

Lavorare per la gente della comunità del proprio quartiere è uno degli obblighi che si prendono quando si comincia a far parte del programma. “Delle 64 Madres della mia circoscrizione – racconta senza mai alzare lo sguardo Ayarí Martinez, anche lei beneficiaria del sussidio – solo 15 vengono alle riunioni che facciamo per organizzare il lavoro comunitario”.

“Ho fatto per 30 lunghi anni le pulizie nella casa della stessa famiglia”. Così racconta la sua storia Emilda Ahumara quasi con le lacrime agli occhi, oggi socia di una cooperativa tessile. “Adesso a 50 anni, Madres mi ha dato la possibilità di uscire dalla routine: lavare-pulire-lavare. Mi è stata data l’opportunità di studiare e crescere”.

“Io non sapevo far nulla, stavo tutto il tempo in casa – spiega interrompendo l’amica, la giovane madre Ana Carolina Ribero – adesso abbiamo montato su un’impresa di mattoni e li produciamo per tutto il barrio. Se la gente della comunità non ha i soldi per pagarci la mano d’opera, gli prepariamo i mattoni e gli facciamo pagare solo il prezzo del materiale”.

“E’ fondamentale che oltre al proprio sviluppo personale, la Madre del barrio impari anche a offrire il proprio tempo e le proprie competenze alla comunità dove vive. Attraverso il lavoro, la donna assume un ruolo di rilievo e acquisisce potere decisionale nella comunità. La maggior parte delle Madres del barrio appoggiano il governo, ma noi aiutiamo tutte le donne indifferentemente dall’opinione politica, non tolleriamo ovviamente il sabotaggio” dice Magali Gonzalez, una ex Madre fuoriuscita dal programma e attualmente professoressa universitaria.

“E’ necessario maggior intervento dello stato per combattere la discriminazione della donna in una società fortemente maschilista – afferma la ex guerrigliera Maria –. Due ‘Case Rifugio’ sono troppo poche per tutto il paese. La violenza è determinata da molteplici fattori: la storica posizione di inferiorità della donna, la carenza di posti di lavoro, la mancanza d’istruzione e la difficoltà di avere una casa propria”.

Forse adesso in Venezuela vi sono almeno le condizioni affinché la donna possa finalmente alzare la testa e far sentire la propria voce. Ma la strada è ancora lunga e difficile per raggiungere l’eguaglianza.

Anche in Bolivia oggi vi sono le condizioni per un cambiamento. Il 26 gennaio è stata approvata la nuova Costituzione in cui si garantisce l’eguaglianza sostanziale fra i generi, si obbliga lo stato a sanzionare specificamente i responsabili di violenze fisiche e psicologiche sulle donne e si salvaguarda la maternità.

“La nuova Costituzione è superiore alla precedente – afferma con risoluzione Claudia Espinoza, attivista femminista boliviana – perché è la chiave per garantire i diritti della donna e dei popoli indigeni in Bolivia. Nel corso della storia, noi donne indigene siamo sempre state doppiamente discriminate. Adesso basta”. 

Barbara Meo Evoli

www.meoevoli.eu

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