L’Italia, da paese dell’integrazione al rifiuto del diverso

integrazione

CARACAS – L’Italia, più di tante altre nazioni europee, è un paese che è frutto di un’integrazione centenaria fra gruppi etnici, linguistici, sociali e culturali diversi che sono giunti e si sono stabiliti nella penisola nel corso degli anni. Cominciamo dalle origini. Prima dell’Impero romano, vi erano i Greci.

Hanno infatti lasciato i propri segni ben visibili sul territorio: basta andare in Sicilia per rendersene conto. Poi vi sono stati gli arabi, i normanni, gli svevi, gli aragonesi, i borboni e… la Chiesa cattolica non si può dimenticare. D’altronde ha sempre avuto la propria sede temporale a Roma. La Chiesa ha preso parte al processo di integrazione e formazione dell’identità italiana.

Se si guarda agli ultimi 25 secoli, l’Italia ha quindi una storia ricchissima di esempi di integrazione. Le civiltà che si sono insediate hanno portato la propria cultura e le proprie tradizioni. Gli abitanti e i reggenti sono stati capaci di recepire le novità e arricchire il proprio bagaglio culturale fino a dar vita a quello che è il nostro paese.

Ma oggigiorno dove è finita la capacità dell’Italia di essere un paese di integrazione? Il diverso viene visto come anormale e quindi sbagliato. L’ignoranza sulle culture distinte dalla propria rende l’italiano timoroso dello straniero. Fra poco, forse, si negherà perfino ai figli degli immigrati di frequentare la stessa scuola degli italiani.

Oltre a essere, ed essere stato, un paese d’immigrazione, l’Italia è stato, ed è, un paese di emigrazione. Un fenomeno che ha investito i cinque continenti, più di tutti le Americhe e l’Australia, e che ha avuto volti diversi a seconda dei paesi dove è giunto.

Guardiamo il Venezuela: è sicuramente un esempio di integrazione nell’ultimo secolo. Sono arrivati nel paese caraibico dalla Colombia, dall’America centrale, dagli Stati Uniti, dall’Europa. Fra i paesi del Vecchio continente il maggior numero di immigrati è giunto dall’Italia, dalla Spagna e dal Portogallo. I migranti del XX secolo in Venezuela hanno saputo farsi accettare dalla società, credere nel Paese che li ospitava, investire lì le proprie forze per costruire, adattarsi al nuovo ambiente e imparare nuovi principi e valori diversi dai propri che li rendevano migliori. Tutto ciò senza dimenticare da dove venivano e chi erano. I migranti in Venezuela sono rimasti orgogliosi delle proprie origini e legati al paese in cui erano stati messi al mondo, ma che non gli aveva dato la possibilità di crescere. Sembra quindi che l’Italia attuale dovrebbe imparare dal Venezuela.

Barbara Meo Evoli

www.meoevoli.eu

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