La donna riacquista la cittadinanza e la trasmette

La sentenza della Corte di Cassazione del 25 febbraio ha stabilito un precedente importante per le donne private della cittadinanza italiana a causa del matrimonio con uno straniero

Una donna migrante italiana con la propria famiglia

Una donna migrante italiana con la propria famiglia

CARACAS – “Gli articoli della legge 555 del 1912 che prevedono che, in caso di matrimonio con uno straniero, la donna perda la cittadinanza italiana e che non la trasmetta alla prole, sono senza ombra di dubbio discriminatori. La sentenza num. 4466 del 25 febbraio scorso della Corte di Cassazione è sicuramente molto importante poiché annulla l’effetto di tale legge, ma si applica solo al caso particolare della donna egiziana, Miriam E., che aveva fatto ricorso”. Così ha affermato l’avvocato civilista Teresina Giustiniano, membro del Comites di Caracas, che si dedica alla consulenza legale degli italo-venezolani all’estero.

Tale sentenza riconosce quindi giustamente l’incostituzionalità delle norme suddette della legge 555, ma non permette a tutte le donne che hanno perso la cittadinanza in seguito al matrimonio con uno straniero, avvenuto prima del ’48, di riacquistarla. Per riottenere la cittadinanza è necessaria una sentenza di un giudice. E quindi le possibilità economiche per fare ricorso in Italia, possibilità che sono di pochi.

“La sentenza – spiega l’avvocato – ha effetto solo per la ricorrente, affinché gli effetti siano generali è necessaria una legge. Tutti gli italiani all’estero la stanno aspettando”.

“La sentenza num. 4466 stabilisce per la prima volta che la donna non perde automaticamente la cittadinanza italiana nel momento in cui si sposi con uno straniero, anche prima del 1983, anno in cui è stato riformato il diritto di famiglia. In Venezuela comunque l’acquisto della cittadinanza venezolana non è mai stata una conseguenza automatica del matrimonio, ma dipende da un atto di volontà della donna. Inoltre la stessa sentenza afferma che la donna trasmette la cittadinanza al figlio nato prima del ’48. Questo secondo principio non è una novità, visto che era già stato sancito da altre quattro sentenze passate” puntualizza Giustiniano.

I due articoli suddetti, secondo l’avvocato specializzato in problematiche di cittadinanza, sono espressione del principio antiquato e ormai superato del pater familias per cui la donna era oggetto di diritto e non soggetto di diritto. La donna quindi era considerata quasi come parte della dote del marito e seguiva inesorabilmente la sorte dell’uomo. Fortunatamente la Costituzione del 1948 e la legge di riforma del diritto di famiglia del 1983 cambiarono radicalmente questa concezione.

Come si è potuto notare nell’ultimo incontro del 28 febbraio fra la comunità italiana e la delegazione di tre deputati italiani in visita in Venezuela, uno dei temi che sta più a cuore alla nostra Collettività è l’approvazione di una nuova legge sulla cittadinanza italiana, essendo ancora oggi regolamentata da una miriade di leggi che determinano una grande incertezza del diritto.

Teresina Giustiniano, membro del Comites di Caracas, preme affinché si discuta in Parlamento il progetto di legge su questo tema. Sottolinea inoltre che, a suo parere e sulla base dell’esperienza del lavoro quotidiano, “è importante inserire nel progetto la possibilità che gli italiani che hanno perso la cittadinanza per proprio atto di volontà la possano riacquistare. Bisogna dare agli italiani che hanno lasciato il proprio paese per andare a lavorare all’estero il diritto di morire come italiani. Per la maggior parte di questi migranti, infatti, la decisione di perdere la cittadinanza non è stata una scelta ma quasi un’imposizione, dovuta alle condizioni di fatto del momento. Acquistando la cittadinanza del paese in cui avevano emigrato venivano facilitati in tantissimi ambiti, e anche nel lavoro”.

L’avvocato inoltre puntualizza come “la richiesta del riacquisto della cittadinanza da parte di molti italiani anziani emigrati non è motivata dal desiderio di ottenere la pensione italiana ma semplicemente dal sentirsi italiani e voler trasmettere l’italianità”.

Un altro punto su cui l’avv. Giustiniano si batte affinché non sia inserito nella legge è l’introduzione di un limite generazionale per trasmettere la cittadinanza:

“La legge di cittadinanza italiana è molto aperta. E’ splendido che non solo un nonno, ma anche un bisnonno e un tataranonno possano trasmettere ai nipoti l’italianità e quindi la cittadinanza. I discendenti dei migranti italiani possono dare molto all’Italia in termini di valori acquisiti crescendo all’estero. Anche a livello di business gli italiani all’estero sono un plusvalore per l’Italia. Basta pensare al fatto che chi si sente italiano spesso: compra il “made in Italy”, fa viaggi in Italia, frequenta corsi di italiano, acquista una casa in Italia. Tutto ciò è un guadagno per l’Italia”.

“Il nostro sud – spiega l’avvocato appassionandosi – che, ancora oggi, è spesso snobbato da una parte importante della stessa Italia “dentro le mura”, viene invece valorizzato dagli italiani residenti all’estero. Quando infatti le generazioni “distanti” scoprono, nella ricerca delle proprie radici, il paesino sperduto dove è nato il loro avo, lo guardano con ammirazione. Una volta, magari, quel paesino faceva parte della Magna Grecia… e la prima cosa che questi giovani italo-venezolani vogliono è proprio conoscerlo. Quando riescono ad andare in Italia si emozionano, diventano orgogliosi di scoprire la culla di una parte importante dell’umanità. Scoprono le proprie origini con una coscienza e una dignità che sarebbe inimmaginabile per molti cittadini italiani nati in Italia”.

“La cittadinanza italiana – conclude colei che è impegnata nella difesa dei diritti degli italiani all’estero – si trasmette per ius sanguinis. L’italianità non si perde con le generazioni. Preferisco sacrificare nella legge la possibilità che la donna, prima del ’48, possa trasmettere la cittadinanza ai discendenti, a favore del riacquisto della cittadinanza perduta e del fatto che non sia imposto un limite generazionale”.

Bisogna comunque ricordare che acquistare la cittadinanza significa acquistare il diritto di voto. Essere rappresentati in Parlamento significa detenere il potere di influire sulle scelte di politica di un Paese. Significa poter incidere sull’approvazione o meno di leggi che avranno effetti quasi esclusivamente nel territorio italiano per gli italiani che vivono in Italia.

Barbara Meo Evoli

www.meoevoli.eu

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2 risposte a La donna riacquista la cittadinanza e la trasmette

  1. Paola ha detto:

    Avv. le donne non vanno mai trattate in questa maniera nei paesi moderni, non so se L’ Italia e’ entrata al secolo 21 o e’ ancora nel secolo 19 Grazie

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    • barbarameoevoli ha detto:

      Penso che per quanto riguarda le politiche di parità e l’eguaglianza sostanziale fra i generi (sancita all’articolo 2 della nostra Costituzione) siamo molto indietro, pur essendo considerati ‘Primo mondo’. Quante sono oggi le donne in posti direttivi in Italia? meno di un quinto degli uomini…

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