Storia di una famiglia fra i due continenti

I Taglialatela

CARACAS – Lavorare duro tutta la vita, capacità di rinventarsi e cultura del risparmio. Questa la ricetta di Pasquale Taglialatela, arrivato in nave da Napoli a dodici anni.

“Quella che a quei tempi era l’America per gli italiani, adesso è l’Europa per i venezolani” afferma sicuro della propria massima Pasquale.

La storia della sua famiglia in Venezuela comincia nel lontano ’48 con il viaggio dei genitori alla volta dell’America. Gente che va, gente che viene, gente che rimane. Così sono le storie dell’immigrazione nel susseguirsi delle generazioni.

Dieci anni dopo essere arrivati, la madre e il padre hanno ripreso la nave con la prima figlia di Pasquale per tornare nella patria d’origine. Pasquale, invece, che non si definisce né venezolano né italiano, ha deciso di vivere tutta la sua vita nella città che lo aveva accolto. E’ rimasto qui perché a 18 anni si era già costruito una sua vita.

Oggi è il turno di uno dei due figli, Maurizio, a riattraversare l’oceano per rifarsi una vita nel Bel paese. Cambiano i tempi e il viaggio, invece che in nave, sarà seduto comodo sulla poltrona di un aereo, ma sarà sempre un viaggio alla ricerca di quello che qui non può avere. L’altro figlio, Vicente, invece, ha fatto una scelta diversa: rimanere a vivere nel paese dove è nato.

“Erano tanti i legami fra gli immigrati italiani e la dittatura: – ammette il piccolo imprenditore raccontando la storia di mezzo secolo prima – agli italiani venivano concessi tanti appalti per la costruzione di opere pubbliche, perciò molti, con la caduta di Perez Jimenez, preferirono tornare in Italia per paura delle rappresaglie. I miei, per il clima xenofobico che si viveva contro gli italiani, decisero quindi di tornare”.

“E’ stato difficile farsi accettare quando ero bambino dai venezolani – racconta facendo riemergere i ricordi dell’infanzia – mia mamma mi obbligava a mettere i pantaloni corti e così i miei compagni di scuola mi prendevano in giro. Non è stato un ‘sentiero di rose’ riuscire a integrarsi”.

Ma il figlio Vicente, 35 anni, non è d’accordo sul punto e sottolinea come da un lato, sia la moglie che gli amici del padre siano tutti venezolani, e dall’altro, non parli mai italiano.

Pasquale rimane seduto comodamente sulla sedia semplice del proprio self-service “Capriccio” nel centro commerciale Galerias Prado del Este con le mani appoggiate sulla pancia, mentre Maurizio mette a posto il bancone.

“Da giovane ho cominciato a lavorare in banca – racconta il capo-famiglia mentre lancia delle occhiate di rimprovero a Vicente che lo contraddice – poi ho aperto un’impresa che preparava insaccati. L’ho dovuta chiudere perché il pesce grosso si mangia il pesce piccolo. Poi ho gestito un concessionario di automobili, sono stato professore di storia dell’arte e per ultimo ho aperto una piccola attività di ristorazione: l’unica che oggi porta sicuramente profitto”.

“Adesso a settanta anni – conclude togliendosi gli occhiali e stropicciandosi gli occhi vispi – non tornerei a vivere in Italia perché ho tutto qui. Anche se – aggiunge criticando la situazione attuale del Venezuela – uno ha i soldi e non può comprare gli ingredienti per preparare i cibi per il ristorante”. Il figlio controbatte additando i colpevoli di queste carenze: coloro che, secondo lui, importano e accaparrano i prodotti alimentari.

Due generazioni, due uomini, due opinioni che si scontrano. Ma un figlio, seppur diverso, che nutre un gran rispetto per il padre.

IL FIGLIO MAURIZIO

“In Venezuela esci e non sai se torni vivo”

CARACAS – “L’ultima nave per cambiare vita salpa a trent’anni. Io ho deciso di imbarcarmi. Adesso o mai più”. Così spiega Maurizio, l’ultimo dei tre figli Taglialatela, sorridendo con gli occhi.

Lavora con il padre tutti i giorni nel ristorante “Capriccio” e si prende cura della madre con cui vive insieme alla moglie. Ma dopo aver trascorso vari mesi a Roma dalla sorella, vuole tentare una nuova vita oltre oceano. Questa volta la meta è il Vecchio Continente.

Maurizio spiega le ragioni della sua scelta lungamente riflettuta: “Ho deciso di partire perché adoro l’Italia e penso che vi siano migliori opportunità lavorative per me. Conosco le difficoltà nella ricerca di lavoro nel Bel Paese, ma nel mio campo, il gastronomico, l’Italia offre molto. Voglio andare innanzitutto per imparare l’arte della cucina e stare in un ambiente culinario stimolante”.

Non solo la cucina l’ha motivato, seppure pensi che gli italiani vivano per mangiare. Ha deciso, infatti, di rinsediarsi nel paese che i suoi nonni avevano lasciato mezzo secolo prima, perché considera l’Italia come ‘il paese dell’arte’:

“Vado d’accordo con gli italiani e Roma è una città molto viva a livello culturale e musicale. Ci sono sempre esposizioni, manifestazioni, concerti, basta informarsi. Stare in Italia mi darebbe la possibilità di studiare la musica con corsi di maggiore qualità rispetto a qui”.

Ciò che gioca a sfavore del Venezuela è l’insicurezza: “Uno esce di casa la mattina e non sa se tornerà sano e salvo la sera. Preferisco non mettere al mondo dei figli in un paese difficile come questo, in una società così piena di contrasti e scontri. In Italia invece non ho paura di uscire e mi sento libero, non prigioniero dentro casa mia”.

Maurizio non parte per fuggire da qualcosa: “Non ho nulla contro il Venezuela – spiega mettendo i puntini sulle ‘i’ – anche se non sono d’accordo con il processo politico in atto”.

Riguardo alle due correnti migratorie, quella degli italiani negli anni ’50 e quella ben più ridotta dei venezolani che oggi tornano in Europa, Maurizio è un fiume di parole:

“Il Venezuela è stato un paese aperto all’immigrazione. Era facile integrarsi e trovare lavoro. Gli italiani giunti nel dopoguerra non solo, hanno saputo cogliere le possibilità che gli erano offerte, ma hanno anche costruito un paese”.

“Non esiste razzismo contro i venezolani in Italia oggi, esiste integrazione” sentenzia. Ma ciò non dipenderà anche dalle condizioni economiche e sociali dei nuovi arrivati in Italia?

IL FIGLIO VICENTE

“In Europa ti ucccidono per il colore della pelle”

CARACAS – “Qui ti uccidono per un paio di scarpe” afferma il padre. “In Europa invece ti uccidono per il colore della tua pelle” controbatte Vicente.

Il figlio maggiore dei Taglialatela è proprietario di un piccolo punto di ristoro nel centro commerciale Galerias Prado del Este a Caracas a pochi passi da quello gestito da Pasquale e suo fratello. Gli occhi sono simili a quelli del padre ma esprimono fiducia verso l’umanità, ciò che, invece, quelli di Pasquale hanno perso.

Dei tre figli Taglialatela, ognuno ha preso la propria strada e Vicente ha deciso di rimanere dove è nato per “amore per il suo paese”.

Rispetto ai problemi del Venezuela segnalati dal padre: “Qui posso comprare quello che mi pare – così afferma con tono deciso ma tranquillo Vicente -. Non vi sono limitazioni all’acquisto di prodotti, come è il caso di Cuba. Il problema dell’insicurezza data di tanti anni fa e si può risolvere. Una soluzione possibile sarebbe quella di modificare il codice processuale penale, noi applicchiamo un codice creato dai paesi del Nord Europa ma che non si adatta per niente al contesto sociale del Venezuela”.

“Voglio rimanere anche perché, finalmente, il Venezuela è un paese sovrano e sono felice del risveglio politico in atto. Voglio vivere questo processo che ha ripercussioni sia per il Venezuela che per tutta l’America latina”. Così spiega Vicente la sua scelta, opposta a quella del fratello minore, mentre sorseggia il caffè macchiato del suo ristorante.

“Il Venezuela ti da delle opportunità, che l’Italia e l’Europa non offrono. Ed infatti nel Bel Paese è sicuramente 15 volte più complicato aprire un ristorante rispetto a Caracas” conclude indicando con lo sguardo i due self-service Taglialatela.

Riguardo al tema dell’integrazione, Vicente, come figlio di un immigrato e con diversi mesi alle spalle vissuti sia negli Stati Uniti che in Italia, afferma che “nel Bel Paese non vi è xenofobia contro i latini. Non mi sono mai sentito respinto e penso sia abbastanza facile integrarsi quando si è di fisionomia italiana. Il Venezuela è stato sicuramente nel dopoguerra un paese che ha accolto gli immigrati, più che altro sono stati gli italiani,i spagnoli e i portoghesi arrivati che si sono chiusi fra loro nelle loro collettività e spesso non si sono mischiati con chi aveva un colore diverso di pelle. Quante sono infatti le donne italiane immigrate negli anni ’50 che si sono sposate con dei venezolani di colore? Quasi nessuna”.

Ci sono italo-venezolani che si sentono fieri di essere italiani. Ce ne sono altri che si sentono solo del paese dove sono cresciuti: il Venezuela. Ce ne sono altri ancora che si sentono di entrambi. Vicente si sente “al 200% venezolano ma orgoglioso delle radici italiane”. Anche se lanciando un’occhiata al padre dice: “Non ci hai mai insegnato l’italiano, né fatto conoscere la cultura italiana, leggevamo solo Topolino. Sono io che mi sono interessato all’Italia e a quello che rappresenta”.

Barbara Meo Evoli

http://www.meoevoli.eu

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