Padre Roman e il ‘barrio’: “Vivere fra la gente”

 

Padre Roman sul balcone di casa


CARACAS – “Mi sento una persona come tutte le altre del barrio. La mia missione è stare al servizio dei più deboli” dice con naturalezza padre Roman. Così lo chiamano gli abitanti di Petare, un quartiere povero di Caracas, dove poche sono le persone che vi entrano se non vi vivono.

Perfino il suo nome è stato ‘venezolanizzato’ dalla comunità. Al momento dell’arrivo in Venezuela ad appena 17 anni si chiamava Romano Cena.

Partì da Torino per il paese caraibico con la vocazione del missionario, fece il noviziato nella congregazione dei salesiani. Decise allora di rimanervi per tutta la vita, rinunciando alla nazionalità italiana.

In Italia è tornato solo poche volte dal lontano dopoguerra. Ha dato anima e corpo al paese che lo ha accolto, percorrendo anche i suoi angoli più nascosti.

Dieci anni fa gli è stata assegnata la parrocchia di Petare, che lui definisce “unica” nel genere. La maggior parte delle strutture salesiane sono scuole e centri spirituali che si trovano nelle zone agiate delle città, dove “i preti che vi lavorano – afferma con lo sguardo di chi la sa lunga – non riescono a comprendere la realtà e a toccare nel profondo la gente”.

“Quando sono arrivato nel’ 56 i salesiani mandavano tanti giovani dall’Italia e dalla Spagna per costruire la congregazione in Venezuela: – spiega il prete che riesce a scrutare dentro le persone – io sono stato uno dei primi ad essere inviato”.

Padre Roman cammina con la tranquillità di chi è voluto bene dalla comunità per i vicoli e le scalette strette che si inerpicano per il quartiere dai mattoni rossi, i tetti di lamiera, i panni appesi al sole e dalla musica sempre presente in lontananza.

Sicuro e sereno passeggia vestito in maniera semplice ma allo stesso tempo elegante: pantaloni comodi, camicia a maniche corte, cappelletto con visiera. L’unico segno di appartenenza ai salesiani che porta sempre con sé è un piccolo crocifisso di legno appeso al collo. Da ogni negozietto per la strada la gente si sbraccia per salutarlo, i bambini scendono dalle bici per venirgli incontro, gli adolescenti si fermano e lo salutano con rispetto, e perfino i malviventi gli chiedono la benedizione.

“Non ho paura – spiega dopo aver indicato i buchi lasciati da spari nella porta d’ingresso di casa sua – bisogna avere fiducia nel prossimo e andare avanti. Qui la gente non si sposta dopo una certa ora per l’insicurezza. Oggi le bande sono composte da ragazzini tra i 13 e i 18 anni che fin da giovanissimi imparano a maneggiare le armi. Da una collina all’altra del barrio spesso gli adolescenti cominciano a urlare, poi a insultarsi, fino ad arrivare a sparare senza motivo, solo per il controllo di un settore in più”.

Riguardo all’ultimo piano pastorale detto ‘continentale’, il prete-missionario spiega con enfasi e coraggio che “l’obiettivo è innanzitutto censire le famiglie di ogni settore degli 11 barrios dove lavoriamo a Petare – circa 80 mila persone -, inviargli una lettera di invito ad avvicinarsi alla parrocchia, poi scegliere dei messaggeri e dei portavoce in ogni settore per far partecipare la comunità alle attività da noi organizzate: la messa, la catechesi per adulti, l’oratorio per i giovani. Ma vorremmo anche far funzionare i centri di formazione tecnica di idraulica e elettricità per esempio”.

Tutte le domeniche si sposta in vari settori per celebrare la messa e portare la ‘parola di Dio’ dove non è mai arrivata, o dove gli omicidi e le vendette la hanno soffocata.

Il 31 gennaio è un giorno speciale perché è l’anniversario della morte del fondatore della congregazione: Giovanni Don Bosco. Per l’occasione una gran messa è stata organizzata sull’ampia terrazza ricoperta di lamiera della scuola ‘Armando Reveron’ dove è accorsa la gente della comunità per festeggiare. L’atmosfera è allegra: i bambini cantano in piedi, un gruppetto di adolescenti suona la chitarra, la batteria e delle percussioni, gli adulti sorridono mentre leggono i foglietti della messa. Padre Roman, con una tunica bianca e un semplice cordone attorno alla vita, mette in ordine le piante e i cestini intorno all’altare. Mentre un altro sacerdote fa la predica, il ‘padre-fratello’ rimane in piedi in secondo piano mentre scruta con amore la sua comunità. Poi fa tacere con un solo sguardo tutti i bambini seduti in prima fila che non riescono a star fermi.

 “Il nostro lavoro consiste nel dar animo alla gente – racconta mentre stringe la mano al vicino di casa -. Il più bello è vivire e condividere le gioie e le angoscie delle persone. La gente ti accetta, poi ti apprezza, poi ti da la sua fiducia. Non sono quantificabili le relazioni umane che uno crea”.

Guarda dall’altra parte delle inferriate che cingono tutte le finestre e i finestrini delle case, mentre sulla vetta della collina adiacente ricoperta di baracche colorate, dei giovanotti che vociferano con aria superba si ciondolano sui muretti sotto il sole. “La congregazione ha deciso che io stessi a Petare – dice con la forza di chi ha lottato tutti i giorni accanto ai poveri –. Sono felice di vivere con e dentro la comunità. Questa esperienza mi ha dato più di qualsiasi altra”.

 

Barbara Meo Evoli

www.meoevoli.eu

 

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