L’ex-guerrigliera:”Ho difeso i diritti delle donne tutta la vita”

CARACAS – “Siamo create in un sistema dove alla maggioranza di noi non è data la possibilità di sognare né di essere astronauta” afferma senza esitare Maria Santini, la coordinatrice di origine italiana della prima ‘Casa Abrigo’ costruita in Venezuela. Le donne che subiscono la violenza domestica lì trovano rifugio. Lì viene data loro la possibilità di costruirsi una nuova vita lontana dal marito.

Quella di Maria è stata una vita all’insegna della lotta sociale e della difesa dei diritti delle donne. Pur essendo le sue origini italiane lontane, riassume così il legato lasciatogli dalla famiglia: “la creatività, l’amore per l’arte, il piacere della buona cucina”.

Mentre taglia il pane e prepara il caffè ricorda la storia del bisnonno Pietro, arrivato alla fine del XX secolo in Venezuela: “Giunse solo, cominciò a lavorare nel ‘Ferrocaril’ e come molti italiani fece fortuna nello stato di Trujillo”.

“Mio nonno invece era un tipo estremamente maschilista e violento, picchiava duro i suoi figli, perciò a 10 anni mio padre scappò di casa – racconta Maria camminando con passo deciso nel suo quartiere mentre tutti i vicini la salutano -. Mio papà dovette stare in clandestinità durante la dittatura di Peréz Jimenez. Era una persona estremamente onesta: infatti, quando era deputato di Acción democratica e seppe di affari sporchi, si dimise. Ebbe 19 figli da tre donne diverse”.

Poi s’incupisce e conclude la storia fermandosi per la strada silenziosa sotto il sole di mezzogiorno: “Mia madre morì all’undicesimo parto. Io da piccola mi chiedevo ‘Ma perché una donna deve avere tanti figli?’ quando tornavo a casa da scuola e ogni giorno dovevo fare il bagno a uno dei miei fratellini”. Per questo Maria non poté mai terminare la scuola secondaria.

Nel salottino accogliente pieno di piante e pochi oggetti simbolici appesi alle pareti, Maria mentre sorseggia il caffè in una tazzina dipinta, racconta come durante tutta la vita lottò per costruire un mondo più giusto: “Ma il sociale non paga bene, per questo la mia casa è così semplice. A 18 anni ho cominciato a militare nel partito Prv, ho fatto parte della guerriglia, facevo la messaggera tra Yaracuy e Lara. Poi con il mio compagno siamo venuti a Maracay e, costruito un piccolo ‘rancho’ di legno di due stanze, abbiamo vissuto lì con le nostre due figlie”.

La casa si trova sul terreno che 30 anni fa Maria e Gustavo avevano comprato per esaudire il sogno di vivere assieme. “Il ‘virus del sociale’ si è poi diretto in me verso la difesa delle donne – spiega mentre maneggia la sua nuova macchina fotografica – ho sbarcato il lunario facendo per vent’anni la fotografa free lance di feste e comunioni. Per fotografare bisogna saper instaurare un rapporto con il soggetto fotografato, se no la foto non parla. E la capacità relazionale non mi è mai mancata”.

Da ormai sei anni la sua vita è dedicata alla lotta contro la violenza domestica: “La violenza quotidiana è spesso invisibile ai nostri occhi, ma quando cominci a vederla, la vedi ovunque. Ovunque vai c’è, s’intrufola nelle relazioni a prescindere dalla classe sociale. Potenzialmente tutte possiamo esserne colpite. Qualcosa dovevo fare per cambiare questa situazione”.

“A me pare che adesso le donne siano più visibili nella società – sostiene con sguardo pensieroso – partecipano alla vita politica, ma è raro trovarle in posti direttivi, e se dirigono, spesso riproducono una visione mascolina della realtà. Si sono fatti tanti passi avanti, ma non basta. Oggi penso ci siano due visioni del rapporto uomo-donna che si scontrano e questo è positivo”.

“E’ davvero duro per le donne che vengono nella ‘Casa Abrigo’. Spesso all’inizio sono violente e devono scontrarsi con una immagine di loro che è difficile da lasciarsi alle spalle. Ci sono donne con diversi livelli di educazione e a volte questo genera dei conflitti. Ma il titolo di studio rimane fuori della Casa: dentro sono tutte uguali, noi trattiamo unicamente la Violenza”.

Anche grazie alle lezioni impartite nella Casa sul rapporto fra generi, le donne prendono coscienza della propria forza e identità. “Una ragazza già uscita dalla Casa mi ha detto un giorno: – ricorda Maria con il sorriso sulle labbra mentre si siede sulla sedia di vimini a dondolo – non capisco perché mia sorella continui a regalare al figlio le macchinette e alla figlia le bambole, perché una bambina non potrebbe giocare con un automobile?”.

“Perfino mia nipote che ha quattro anni – conclude mostrando orgogliosa la foto della bimba dagli occhi vispi – mi dice ‘nonna, ma perché mi chiedi cosa fanno i bambini a scuola, e le bambine dove stanno?’”. Ormai già non sono più invisibili.

 

Barbara Meo Evoli

www.meoevoli.eu

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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