I giovani e la fede: i ‘nuovi cristiani’ e i salesiani

A confronto la chiesa cristiana nella zona povera di Caracas dove risiedevano gli immigrati italiani arrivati in Venezuela nel dopoguerra e il Colegio Don Bosco della zona agiata della città

La chiesa cristiana di San Martin a Caracas "Smetti di soffrire"

La chiesa cristiana "Smetti di soffrire" a San Martin

CARACAS – Quattro colonne doriche, un timpano di cemento, la raffigurazione di una colomba della speranza e un ingresso imponente che invita i passanti ad entrare. E’ la chiesa cristiana protestante “Gesù Cristo è il Signore” di San Martín a Caracas su cui si staglia l’insegna azzurra che dice “Centro di aiuto spirituale”. Gli addetti della chiesa quasi si inchinano al mio ingresso nel grande salone, dove una trentina di credenti pregano in piedi e al ritmo di canzoni allegre.

Il giovane pastore in cravatta attinge da una bacinella di bronzo con un ramoscello verde e sparge l’acqua benedetta sulle borse delle donne in fila nel centro della chiesa che intonano un’aria che dice “se ne vada la miseria!”.

Luisa, nipote di un italiano, a 21 anni già casalinga, guarda fisso il pastore nero che gesticola sorridente al centro della sala senza perdersi nemmeno una parola della sua accesa predica mattutina.

“Da quando vengo qui – spiega la ragazza madre di due bambini piccoli – mi sento meglio e non mi sento più sola. Si respira aria di solidarietà fra i credenti di questa chiesa. Ho cominciato a venire perché avevo dei grossi problemi di coppia e con il cuoricino di tessuto rosso datomi dal pastore – in realtà ha un costo deciso dal fedele – che metto sotto il cuscino di mio marito, la nostra relazione è andata molto meglio”.

Riferendosi a un mondo lontano, completamente diverso dalla quotidianità che vive nel “barrio la Quebradita”, Luisa mi racconta: “Mio nonno era del Molise, è arrivato negli anni ’50 e, come tantissimi italiani, ha vissuto qui vicino al Guarataro. La mia famiglia è sempre rimasta nel quartiere. Nessuno dei discendenti del nonno ha la nazionalità italiana perché costa troppo”.

La maggior parte dei fedeli della chiesa cristiana detta “Smetti di soffrire” sono donne adulte, ma la domenica non mancano bambini, giovani e uomini che credono fervidamente nei miracoli promessi dal pastore. I devoti più giovani seguono le cerimonie principalmente perché “hanno le prove dei miracoli – sostiene Luisa -: alle famiglie intorno a me che hanno chiesto aiuto al pastore, gli è stato dato ciò che avevano desiderato: spesso la salute, l’amore o sono usciti dalla miseria”.

I giovani vedono nella chiesa dalla scritta azzurra un luogo di ritrovo al riparo dall’insicurezza che serpeggia per la zona, uno spazio pubblico dove dare fiducia al prossimo e dove poter risolvere i problemi individuali pratici della quotidianità. La scelta di seguire la fede evangelica è stata indipendente dall’educazione religiosa ricevuta dalla famiglia. Un approccio alla fede molto diverso rispetto a quello della maggior parte degli italiani cattolici giunti nel dopoguerra che risiedevano nel quartiere e che lì costruirono la propria famiglia.

L’ingresso della Chiesa cattolica dei salesiani di Don Bosco di Altamira è una porta-vetrata imponente con una raffigurazione colorata di Cristo con le braccia aperte. Le porte della cattedrale sono chiuse e si aprono solo in determinati orari della giornata. Accanto si erge il consultorio medico delle “Dame salesiane” che offrono il loro lavoro volontario, mentre i medici ricevono uno stipendio relativamente basso rispetto ad altre strutture private. I prezzi per i pazienti risultano quindi ridotti.

Uno dei pilastri della congregazione salesiana fondata da Giovanni Bosco nel 1815 a Torino è quello di dedicare del tempo della propria vita al lavoro volontario. Così i preti e i professori laici insegnano ai 470 alunni del Colegio, adiacente la chiesa, Don Bosco che hanno tra i 6 e i 18 anni.

“I fondamenti dell’educazione salesiana – afferma il direttore del Colegio Aldo Dell’uomini – sono la ragione, la religione e l’amorevolezza. Quest’ultima parola va detta in italiano perché non esiste una corretta traduzione in spagnolo, va considerato che comunque qui una cinquantina di alunni sono italo-venezuelani”.

Fa il giro della scrivania e si siede accanto a me, il direttore mi racconta: “Anch’io ho studiato in questa scuola. Avevo preso i voti ma poi ho deciso di avere una famiglia e sono uscito dal seminario”. Ventotto anni, italo-venezuelano, con sguardo pacato e conciliatore, Aldo mi spiega che non ci sono molti giovani nell’insegnamento perché gli stipendi non sono molto allettanti.

“Questa scuola è aperta a tutti – si appresta a sottolineare anticipando la mia domanda – è stata costruita negli anni ’60 come seminario ed oggi ovviamente, considerando la zona dove si trova, gli studenti sono di estrazione sociale medio-alta, ma molti alunni che non hanno le possibilità economiche seguono le lezioni a costi ridotti o gratis”.

Alcuni bambini e adolescenti giocano a basket nel cortile, altri mangiano serenamente sotto il gazebo di legno, altri giocano con i cellulari seduti al sole aspettando l’inizio delle lezioni pomeridiane.

“Studio in questa scuola – dice Andrés, un ragazzino mingherlino timido che non riesce a guardarmi negli occhi, italo-venezuelano, 15 anni – e sono devoto. Credo per mia decisione e non per imposizione”.  

Alejandro, invece, figlio di un italiano, 17 anni, occhi curiosi su un viso con i primi accenni di barba, cerca di essere imparziale: “In questa scuola la maggior parte degli alunni – essendo un istituto maschile – sono cattolici, ma ci sono ragazzi a cui non importa della fede. Io credo, anche perché la mia famiglia è cattolica”.

“Secondo me l’istruzione dovrebbe essere separata dalla religione – si intromette Felipe, italo-venezuelano che frequenta il nono anno – così uno potrebbe essere totalmente libero di scegliere la propria fede e non per forza seguire quella dei genitori”.

Barbara Meo Evoli

www.meoevoli.eu

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