Gli italiani della terza età: la cucina, il lavoro e le donne

Parlano i clienti del Cafetín di Chacao e quelli del Gran Café di Sabana grande di Caracas. Raccontano la storia della loro vita dall’arrivo in Venezuela negli anni ’50 fino ai giorni nostri

Gran café di Sabana frande a Caracas

Gran café di Sabana grande a Caracas

CARACAS – “Io sono felice con due peperoni verdi fritti e una patata bollita. Questa è la nostra tradizione: mangiare bene” dice Ernesto sorridendomi in piedi con le mani in tasca. Intorno a lui ci sono gli amici italiani del Cafetín Sucre di Chacao con cui passa tutti i pomeriggi a Caracas da quando è in pensione.

Camicia bianca a quadretti, canottiera della salute, orologio da polso, sguardo pacato: gli italiani del Cafetín chiacchierano, giocano a tresette, bevono un caffè, sorseggiano un bicchiere d’acqua, non fumano quasi. Seduti ai tavolini gialli di plastica sul marciapiede della strada Sucre alle 6 del pomeriggio al tramonto, si lanciano delle occhiate furtive fra di loro prima di decidere se aprirsi e lasciarsi andare.

Chacao, oltre a Catia e Sabana Grande, è uno dei quartieri della capitale in cui si concentrano tuttora gli emigrati italiani arrivati in Venezuela negli anni ’50. Quando arrivarono a volte non avevano neanche le scarpe. Il loro punto d’incontro era piazza Bolivar, lì gli imprenditori venezuelani andavano a cercarli per offrirgli lavoro. Gli italiani si caratterizzarono per lavorare duro e per possedere delle conoscenze tecniche che non avevano i venezuelani. Non è stato difficile quindi per loro trovare lavoro. La maggior parte degli immigrati italiani che oggi sono residenti a Chacao hanno svolto lavoretti manuali di tutti i tipi e a poco a poco gli “è andata sempre meglio” fino a diventare parte della classe media della capitale.

“Senza lavoro non posso stare – afferma Angelo Montano, 74 anni, arrivato in Venezuela nel ’58 dalla provincia di Potenza – anche se non ne ho bisogno, faccio il giardiniere. Ho lavorato duro tutta la vita, sono fuggito dall’Italia perché non si tirava su uno spago e mi sono costruito una vita qui. La buona vita mi piace (mangiare, bere, non far niente) ma non tutti i giorni, noi italiani sappiamo controllarci”.

“Come tutti gli italiani arrivati qui nel dopoguerra – mi spiega serio Ernesto, 75 anni, nato ad Avellino – me ne sono andato per non stare come un pappagallo in piazza. Sono arrivato a Caracas e ho portato i blocchi sulle mie spalle, ho costruito il 23 de enero, poi mi sono messo las pilas, come dicono qui, e sai, mi hanno chiamato maestro-pittore per ben 45 anni!”.

Quando chiedo a Ernesto cosa pensa delle donne mi dice: “L’unica donna importante è mia moglie. Lei deve cucinare, stirare, lo ha fatto tutta la vita… e come sa fare i fusilli! Comunque mia moglie è sempre stata libera di fare quello che voleva, infatti ha la sua vita”. Al Cafetín italiano non entrano quasi mai delle donne, perché “è un bar come quelli italiani, un uomo non può sedersi al tavolo a bere un liquore con una donna”. L’Italia che non c’è più.

Sempre riguardo alle tanto amate donne, secondo un altro cliente del bar, Francesco: “una buona venezuelana non la cambierei per nulla al mondo con un’italiana”. Michele Arnone invece non è d’accordo: “Le venezuelane sono più facili, le italiane sono più serie, è impossibile essere fedeli in Venezuela, ci sono troppi corpi bellissimi. Qui abbassi il finestrino stando in macchina, guardi una donna e sale in macchina con te in cambio di nulla. Ma adesso sono vecchio e sono diventato serio”. “Le donne – sottolinea Angelo – alla nostra età si guardano solamente”.

Francesco tira fuori una delle sue perle di saggezza: “l’amore è come la felicità, è momentaneo. Per essere felici bisogna essere stupidi”. Poi ricorda la più grande disillusione della sua vita, ovvero quando sua moglie lo tradí al suo ritorno in Italia, Francesco era tornato proprio per lei. Prima di allontanarmi dai tavolini mi dice: “dovresti andare a intervistare la gente del Centro italo-venezuelano, non noi!” e poi mi saluta con un “Ciao bella!”.

Sul bulevar di Sabana Grande invece si ritrovano da vent’anni degli altri italiani: Gino, Tonino e Giancarlo. All’ombra del gazebo dinanzi allo storico Gran Café mi aspetta Giancarlo fumando una sigaretta Belmont e guardandosi attorno spensierato. I camerieri si aggirano indaffarati fra i tavolini ormai vecchi, con l’aria impettita. Un atteggiamento che ricorda gli anni d’oro del Caffè, quando era il bar dove si ritrovavano gli intellettuali e gli artisti della capitale e si veniva a prendere il miglior cappuccino e il miglior gelato della città.

“Non ti dirò la mia età, ma mi sento di 40 anni”: così si presenta Giancarlo, arrivato a Caracas da Udine nel ’88, proprietario di un’impresa di costruzioni. Ha in mano un’agenda di pelle vecchia rossa, jeans e camicia bianca, mi guarda cercando di capire chi sono. Gino Di Tirro, abruzzese, arrivato nel ’52 e anche lui imprenditore nel settore delle costruzioni, mi mette la mano sul braccio e mi chiede di me. Con aria tranquilla fuma un sigaro, ha una penna al taschino della camicia e il cellulare squilla perennemente.

“La cosa più bella che ha inventato Dio è la libertà” mi dice Giancarlo in tono sibillino ed infatti “por ahora, come dice Chávez, io non penso sposarmi”. Gino invece ricorda la moglie ormai defunta con nostalgia e afferma “adesso no c’è più e non è più come prima. Adesso vivo solo e c’è una donna delle pulizie che me atiende. Non si può stare da soli. Qui qualsiasi venezuelana si mette al tuo lato, ma non per fare una famiglia come le italiane serie, cercano l’anziano perché le mantenga”.

La famosa pillola blu dell’amore usata da 3 milioni di italiani anziani avrà rivoluzionato i rapporti di coppia? “Io sto bene con le venezuelane povere – dice con tono dolce – gli italiani parlano solo di soldi, a me stanno antipatici i soldi”. Intanto ogni cinque minuti si avvicina al nostro tavolino un indigente diverso, ad ognuno gli regala 5 BF e loro gli restituiscono un sorriso. “Ho 20 figli – indigenti – mi rivela – potrei essere alcalde di Caracas… vorrei avere soldi per ripartirli a tutti quanti!”.

Parlando del suo arrivo ai tropici, Giancarlo mi spiega guardandomi negli occhi: “Sono venuto in vacanza e mi sono innamorato del Venezuela e delle donne di questo paese. Speriamo che gli italiani che stanno oggi nel Belpaese non si rendano conto di quanto è bello questo paese, se no verranno tutti qui!”.

Riguardo alla propria scelta di vita nel paese caraibico, Gino è sicuro di aver fatto la scelta giusta: “Caracas è la succursale del cielo! Il bello di questo paese è che ognuno fa quello che vuole”. “Le cose importanti della vita per me sono sempre state: prima di tutto la famiglia, poi il lavoro e gli amici – conclude e poi rivolgendosi a me esclama – spero che ti conserverai sempre come sei!”.

Barbara Meo Evoli

www.meoevoli.eu

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Una risposta a Gli italiani della terza età: la cucina, il lavoro e le donne

  1. fiore ha detto:

    sono un vecchio emigrante del venezuela degli anni 55 e mi aveti ricordati
    del piccolo bar di sabana grande .dove io abitavo .edificio bernini
    e dove o dei bei ricordi.
    mi chiamo caramanico fiore . e o lavorato come muratore ,dieci anni
    in facciate

    fiore.caramanico@alice.it

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