A un quarto di secolo dalla fine della dittatura militare in Argentina, è stata fatta giustizia?

La responsabilità penale italiana del genocidio

Le ultime sentenze: le condanne per il “massacro di Fatima” e quella dell’ex-generale Menendez

Manifestazione dinanzi alla Sovrintendenza degli interni, la scritta dice "Coordinazione federale genocida"

Manifestazione dinanzi alla Sovrintendenza degli interni, la scritta dice "Coordinazione federale genocida"

«L’11 ottobre 1976, quando avevo 17 anni, ci hanno bloccato per la strada, ci hanno infilato una busta in testa e ci hanno sequestrato – racconta Fatima Cabrera con la voce tremante – hanno messo Patricio nel portabagagli della macchina, a me hanno piazzato sul sedile di dietro fra due dei sequestratori. Ci hanno portato al commissariato di zona, ci hanno picchiato a sangue e poi sempre con gli occhi bendati ci hanno condotto alla Centrale della polizia di Buenos Aires (oggi Sovrintendenza degli interni). Lì sono stata torturata tutta la notte e mentre soffrivo… potevo ascoltare le grida di tante altre persone che stavano subendo i miei stessi supplizi». Così ricorda ancora oggi una delle poche persone sopravvissute alle torture inflitte nei circa 520 campi di detenzione clandestina sparsi in tutta l’Argentina a partire dai primi anni ’70 e fino alla fine della dittatura militare.

In queste carceri illegali, in cui ogni cella aveva una superficie di 2 mq e non vi era quasi luce, venivano rinchiusi i cosiddetti “sovversivi”. Tale appellativo era dato a qualsiasi persona che, dagli anni precedenti al colpo di stato in Argentina (24 marzo 1976) fino al termine della dittatura (1983), appartenesse all’Esercito rivoluzionario del popolo (ERP, guerriglia marxista), al gruppo guerrigliero Montoneros (che appoggiava l’ex-presidente Juan Domingo Peron), ma anche a qualsiasi persona che non appoggiasse esplicitamente il regime. Ed infatti perfino varie confraternite cattoliche furono perseguitate, ne è la prova lo stesso Patricio Rice sequestrato insieme a Fatima, che all’epoca era un prete della Confraternita Carlos Defoucoule.

Il piano sistematico di annichilimento posto in atto dai militari consisteva nel sequestrare i dissidenti, imprigionarli e torturarli fino a ottenere l’informazione necessaria per raggiungere e far sparire altri “sovversivi”, poi assassinarli e appropriarsi del loro patrimonio e, se ne avevano, dei figli, o raramente risparmiargli la vita e rimetterli in libertà vigilata.

Ma chi erano questi “sovversivi”? Fatima spiega che negli anni ’70 «vi era un grandissimo fervore politico in Argentina. Tutti i settori della società volevano partecipare alle decisioni politiche del paese, ma i potenti, le grandi imprese che oggi sono proprietarie di quasi tutte le risorse del paese, non volevano il cambiamento che la gente anelava. Secondo i criteri di chi sosteneva la dittatura, visto che quasi tutti volevano un cambiamento, si sarebbe potuta considerare “sovversiva” quasi tutta la popolazione! ».

A seguito della sentenza sul “massacro di Fatima”, avvenuto il 19 agosto 1976, ci si chiede se verrà mai fatta realmente giustizia per le 15 mila persone assassinate e i 30 mila desaparecidos denunciati dalle organizzazioni dei diritti umani. Quel giorno trenta persone vennero prelevate dalla Sovrintendenza degli Interni (ex-Coordinazionale federale della polizia) e fatte saltare in aria con della dinamite in un terreno a Pilar nei pressi della capitale. Dei 16 corpi che si sono riusciti ad identificare quattro hanno un cognome italiano (Frontini, Argente, Cirullo de Carnaghi e Vera).

L’11 luglio scorso due degli imputati, i poliziotti Carlos Enrique Gallone e Juan Carlos Lapuyole, sono stati condannati all’ergastolo. Un terzo poliziotto, Miguel Angel Trimarchi, è stato invece assolto grazie a un solerte certificato medico: due gocce di giustizia e un ceffone in pieno viso. Non si è potuto sottrarre alla pena dell’ergastolo neanche l’ex generale Menendez condannato dal tribunale di Cordoba il 25 luglio.

Inoltre nell’edificio dove è stata torturata Fatima erano molte di più le persone complici del massacro che si sono macchiate degli innumerevoli crimini contro l’umanità commessi quotidianamente dal ’71 al ’83.

Infatti uno dei testimoni del processo, Armando Victor Luchina, custode della Sovrintendenza degli interni e dei detenuti tra il ’71 e il ’76, oltre ai tre imputati, ha segnalato ben altri trenta soggeti, fra personale della polizia e dell’esercito, che applicavano le torture applicate nel secondo e terzo piano della centrale della polizia. Tra i torturatori più spietati Luchina ricorda «il sottocommissario Icely, e gli agenti di polizia Block e Horacio Danotti (soprannominato, niente di meno che, “Sangue”)».

Luchina ricorda chiaramente, poco dopo il massacro di Fatima, le parole del commissario Cogorno quando canticchiava in ascensore il motto “per ogni militare argentino ucciso, saranno assassinati 30 sovversivi, nessuno rimarrà vivo!”. L’ex-agente della polizia denuncia l’esistenza a partire dal ’71 della famosa lista RAF (Royal Air Force) che conteneva coloro che “erano nell’aria”, ossia i detenuti che non apparivano nel registro legale tenuto dalla Soprintendenza, ma che venivano torturati di notte e poi assassinati o spostati in altri centri di detenzione clandestini dove sarebbe continuate le torture.

«Nell’edificio della Soprintendenza ci sono 9 piani, approssimativamente quindi vi lavoravano 900 persone – dichiara oggi Luchina – possibile che nessuno ha visto le torture che lì si eseguivano ogni giorno tranne me? Vi erano 8 brigate che lavoravano di notte ed erano incaricate dei sequestri, ognuna era composta da 8 persone, ma adesso sono solo due le persone condannate per le atrocità commesse. Nelle celle saranno passate circa 4 mila persone e di tutte vi è traccia nei registri».

Ma fra i massacri in cui i responsabili non sono stati ancora condannati, non vi è solo quello di Fatima, la gente di Lanús (uno dei quartieri più popolosi nel sud di Buenos Aires) si ricorda ancora bene della notte del 24 dicembre 1975. La guerriglia dell’Erp aveva organizzato un assalto all’arsenale dell’Esercito “Viejo Bueno”, ma grazie a un’infiltrazione nelle file della guerriglia, i militari erano a conoscenza del piano e, prima che l’Erp prendesse le armi, spararono dagli elicotteri in volo sulla zona, uccidendo circa 180 persone, fra cui 56 guerriglieri, il resto erano tutti civili. L’operaio Luis Edgardo Guevara dichiara di «essere stato incaricato dalla ditta Arnai, di cui era dipendente, per scavare la fossa comune nel cimitero di Avellaneda. Si trova – prosegue – entrando in fondo sulla destra, ed è lunga circa 15m x 4m, con 6 metri di profondità. E lì sono state sotterrate le circa 180 persone uccise nel massacro di Viejo Bueno, a cui poco prima erano state tagliate le braccia».

I segni di un altro grande massacro sono ancora ben visibili sulla parete lunga circa 80 metri, nel quartiere di Avellaneda (calle Madariaga e Aguero) nel sud della periferia di Buenos Aires. Sono i segni della fucilazione di circa 90 persone avvenuta nei primi mesi del 1976 e che lo stesso Guevara ha visto con i suoi occhi, ma su tale eccidio compiuto in mezza alla strada ed in pieno giorno, non sono state aperte ancora delle indagini.

Spesso erano le stesse grandi imprese, come è stato appurato nella causa contro Mercedes Benz, che collaboravano con i militari, fornendogli le liste dei possibili «dipendenti sovversivi», che venivano poi prelevati direttamente dallo stabilimento e fatti sparire. Così infatti scomparvero decine di impiegati della ditta Molinos Rio de la Plata SA, dove lavorava come agente di sicurezza Luchina e per cui prestava servizi Arnai, l’impresa che scavò la fossa comune.

Vi è inoltre un altro edificio nel cuore cittadino di Buenos Aires che è simbolo della repressione attuata in Argentina poiché era il quartier generale del famigerato Battaglione 601: il nome di guerra del Servizio de Informazioni dell’Esercito. Secondo le ricerche del giornalista argentino Ricardo Ragendorfen specializzato nel tema dei desaparecidos, sarebbero circa 7 mila le vittime dell’Esercito a partire dal ’75, 600 gli agenti a servizio del Battaglione, di cui solo 8 fino ad oggi sono stati condannati.

Il Battaglione era «il centro supremo da cui si organizzava la lotta alla sovversione – dice Ragendorfen – lì si decidevano i sequestri, le torture e le fucilazioni di migliaia di persone» e tristemente anche in questo caso i vertici del corpo non sono stati processati, come è il caso del generale Carlos Alberto Martinez, del colonnello Jose Osvaldo Riveiro, del maggiore Carlos Alberto Españadero.

Anche se i responsabili del genocidio impuniti sono ancora centinaia, non bisogna dimenticare gli enormi passi avanti fatti dalla giustizia argentina a partire dal 2003. In quell’anno l’ex-presidente Néstor Kirchner promosse l’annullamento delle leggi “Punto final” e “Obediencia debida” che erano state emanate dall’ex-presidente Alfonsim nel 1986 e ’87 e rendevano non imputabili tutti i militari per crimini commessi durante la dittatura. Dal 2003 si sono infatti riaperti i processi sospesi per la vigenza delle cosiddette due “leggi dell’impunità” e attualmente sono in corso, oltre che a Buenos Aires, vari processi in quindici province argentine. Non si sono però annullati tutti gli indulti promulgati nel 1989 dall’ex-presidente Carlos Menem, che hanno determinato l’impunità di circa 300 persone e denunciati come illegittimi dalle organizzazioni di diritti umani.

«All’epoca della dittatura – afferma l’attuale sottosegretario alla protezione dei diritti umani Luis Alen – tutte le forze dell’ordine erano complici del terrorismo di stato: la Marina, l’Esercito, l’Aeronautica, la polizia delle città e delle province, la polizia penitenziaria. Si calcola che il personale delle forze dell’ordine ammontava a circa 200 mila unità». Secondo i dati del Cels, lo Studio che porta avanti la querela nel giudizio sul massacro di Fatima e molti altri processi sui crimini della dittatura, fino ad oggi sono state condannate in Argentina 17 persone, sono imputate 460, di cui 345 sono in custodia cautelare e 46 sono profughe. La strada pare ancora lunga affinché sia fatta giustizia.

Alen evidenzia inoltre l’enorme importanza delle sentenze dei tribunali europei, in Spagna, Francia, Germania e Italia ( l’ultima nell’aprile 2008 ) in cui si sono condannati dei militari argentini, in quanto «queste sentenze hanno costituito una forte pressione affinché si riaprissero in Argentinai processi su quegli orribili crimini commessi durante la dittatura».

«Una delle cause della lentezza delle attuali cause – prosegue Alen – è costituita dai ben 17 anni di assenza di indagine e giustizia che pesano sull’Argentina». Ed inoltre in tutti questi anni i repressori sono stati in libertà, hanno proseguito con le loro attività e hanno occupato anche posti di rilievo, questo è il caso per esempio dello stesso imputato per il “massacro di Fatima” Timarchi che fino a poco prima del giudizio era incaricato del servizio di sicurezza della Biblioteca nazionale. Moltissimi dei repressori al termine della dittatura abbandonarono l’uniforme di ufficiale pubblico ma non le armi, spesso infatti iniziarono a lavorare nelle compagnie private di sicurezza che hanno proliferato in tutta l’Argentina a partire dagli anni ‘80.

Rodolfo Yanzon, avvocato querelante in numerosi processi contro i repressori, indica tra le cause della lentezza dei giudizi riaperti nel 2003 la «complicità del potere giudiziario con i militari della dittatura» e afferma che «praticamente solo da 6 mesi siamo in grado di portarli a termine, perché molti giudici si sono dimessi o sono stati sostituiti d’ufficio».

L’apertura dei processi in Argentina non è stata possibile fino a un cambiamento del contesto politico sancito dall’annullamento delle “leggi dell’impunità”, ma perché anche in Italia si è dovuto aspettare il 2000 per la prima sentenza in merito? Vi è da chiedersi inoltre cosa facesse l’Ambasciata d’Italia a Buenos Aires dinanzi alla tragedia che ha annientato quasi un’intera generazione di giovani e fra le cui vittime vi sono stati tanti argentini, ma anche cileni, uruguaiani e italiani, visto che una delle più grandi collettività italiane si trova in Argentina.

Vera Vigevani, membro del movimento Madres de la Plaza de Mayo – Linea Fundadora, con una figlia desaparecida all’età di 18 anni nel 1976, ha affermato nel suo libro che durante la dittatura «l’Ambasciata italiana ostentava una complicità e un’acquiescenza al regime pressoché totali», sottolineando che «secondo l’ambasciatore italiano la situazione politica non era così drammatica come noi, parenti delle vittime, la dipingevamo».

Enrico Calamai, console d’Italia a Buenos Aires dal ’72 al ’77 e colui che ha salvato di nascosto decine di argentini facendoli partire per l’Italia con passaporto italiano, conferma la versione di chi, come Vigevani, aveva chiesto aiuto all’Ambasciata, dichiarando che «il sistema produttivo italiano, e con esso le forze politiche al governo e l’amministrazione dello Stato, collaborarono di fatto ad oscurare il massacro che veniva portato avanti in maniera sistematica dai militari argentini. Ciò, al fine di mantenere rapporti economici e politici privilegiati con i militari stessi».

«Vennero in tal modo – sottolinea Calamai – prese misure ad evitare che richiedenti asilo potessero entrare nel recinto dell’Ambasciata d’Italia a Buenos Aires, mentre si evitò accuratamente di effettuare passi diplomatici o dichiarazioni stampa, che potessero ostacolare quello che oggi viene da più parti definito un genocidio».

Barbara Meo Evoli

http://www.meoevoli.eu/

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