La “montagna ricca” di Potosì e la vita dei minatori

I tesori nascosti della Bolivia e… dove vanno a finire i guadagni?

Minatori adolescenti alluscita della miniare di Potosì

Minatori adolescenti all'uscita della miniare di Potosì

Bernardino, 15 anni, la mattina si sveglia e comincia a masticare qualche foglia di coca che tira fuori da una bustina di plastica verde, così fa passare la fame, la stanchezza e resiste alla carenza di ossigeno dovuta a vivere a 4 mila metri d’altitudine.

Ha cominicato a lavorare a 12 anni nella miniera Morena, della cooperativa Villa Imperial, nella famosa “montagna ricca” di Potosì nel sud della Bolivia, che un tempo, con i suoi 4.700 metri, era la maggiore fonte d’argento del mondo. Bernardino lavorava tutti i giorni, quattro ore la mattina e quattro il pomeriggio, come “peon”, ossia trasportando per centinaia di metri nell’oscurità con una carriola le rocce fatte esplodere dall’interno della miniera alla luce del giorno.

Ma da qualche mese ha smesso di lavorare come minatore perchè ha cominciato ad accompagnare i turisti a visitare la miniera come guida. Non tutti gli stranieri, infatti, si affidano alle agenzie di turismo di Potosì, coloro infatti che si avventurano per la montagna, hanno la possibilità di incontrare Bernardino pronto a svelare i segreti e le credenze dei minatori.

Le miniere attive attualmente nella “montagna ricca”, scoperata nel 1545 dall’indigeno Diego Huallpa, sono più di 500 e in ciascuna lavorano in media 50 minatori, anche se le più grandi possono arrivare ad impiegare fino a 2 mila persone.

Ai tempi del colonialismo spagnolo Potosì era una delle città più ricche dell’America latina e la popolazione era pari a quella di Parigi e Londra. I boliviani indigeni dicono che «con tutto l’argento estratto dalla montagna, invece di adornare i palazzi europei, si sarebbe potuto costruire un ponte dalla Bolivia fino alla Spagna» e sono ben consapevoli dello sfruttamento che hanno sofferto i propri antenati nelle miniere. Si dice che vi siano stati più di 8 milioni di indigeni che sono morti a causa del duro lavoro nella montagna di Potosì che esportava tutte le proprie ricchezze in Europa. Ed infatti attualmente le riserve di argento della montagna sono molto esigue e la Bolivia, paese ricco in risorse naturali è, secondo gli indici di sviluppo dell’ONU, uno dei più poveri del Sudamerica.

Bernardino spiega che nella miniera lavorano i “peones” che trasportano le rocce ricche di stagno, zinco e raramente argento, e i “perforantes”, ossia coloro che piazzano le 16 micce di dinamite necessarie per ogni esplosione. Ovviamente il mestiere più pericoloso è quello dei “perforantes” a cui infatti spetta un salario un po’ più alto, poichè il fumo dell’esplosione è molto nocivo per i polmoni e «la maggior parte muore a 40 anni a causa di qualche malattia respiratoria».

Nelle tre miniere della cooperativa Villa Imperial lavorano solo 3 bambini di 13 anni, ci sono invece vari adolescenti di 16 anni e il resto dei lavoratori sono adulti. E’ inoltre una delle miniere più sicure, in parte perchè ha una profondità di soli 150 metri, ed infatti in media vi è solo un incidente sul lavoro all’anno. Gli incidenti solitamente comportano solo delle fratture ossee per i minatori, spesso a causa della caduta in un pozzo dal quale si estrae la roccia caricata a circa 40 metri di profondità.

Ma vi sono miniere in cui gli incidenti sono quotidiani, il rischio per i lavoratori è alto e il salario è basso. In media un “peon” guadagna 50 bolivianos (circa 7 dollari) al giorno, considerando che un pranzo economico costa 10 bolivianos.

I minatori credono nel cosidetto “Zio Giorgio”, una divinità sotteranea che veglia su tutti i lavoratori e determina la fortuna o sfortuna nello scoprire minerali preziosi più o meno puri. Tutti i giorni pregano versando alcol puro su una piccola scultura di terra incastonata nel cunicolo della miniera affinchè «gli dia gli occhi per trovare i metalli e le gambe per potere trasportarli». E’ inoltre drasticamente proibito l’ingresso delle donne nella miniera poichè altrimenti la divinità femminile della terra (la Pachamama) «si potrebbe ingelosire e punire i minatori impedendogli di trovare i minerali», perciò le donne, dette “palliri”, lavorano solo all’esterno delle miniere trasportando le rocce estratte sui camion.

«Nell’ottobre 2007 – spiega Benedicto Llano, il presidente della Federazione delle cooperative delle miniere di Potosì (Fedecomin) – è iniziato il conflitto fra governo socialista di Evo Morales e le cooperative miniere boliviane». Nelle ultime settimane infatti si sono susseguite le proteste dei cooperativisti contro l’imposizione di una nuova tassa (l’Iva) prevista dal governo. «Noi non produciamo un plusvalore – protesta Llano – estriamo unicamente materia prima, perciò non tocca alle cooperative pagare l’Iva e non accetteremo una nuova imposta».

Fino a adesso l’unico tributo pagato dalle cooperative era l’Icm che equivaleva al 15% del guadagno ricavato dall’estrazione dei minerali. Dopo essere state estratte, le rocce vengono trasportate alle fabbriche che producono i concentrati di zinco, stagno, argento poi acquistati da imprese peruviane che si occupano delle vendita all’estero. Un infimo profitto traggono quindi le cooperative dei minatori che rischiano la propria vita per estrarre i minerali.

«Il comune di Potosì – dice Ricardo Gonzalez, l’assessore di sviluppo economico della cittadina – ha portato avanti un’alternativa alla nazionalizzazione delle miniere proposta dal governo nazionale». E’ infatti in costruzione un’impresa municipale minera che si occuperà dell’estrazione, del trattamento dei minerali, della fusione dei lingotti e della vendita dei prodotti finiti principalmente in Asia, considerando che le due ultime tappe sono svolte da imprese straniere o direttamente in Europa.

Per iniziativa del sindaco René Joaquino Cabrera (partito AS, centro-sinistra) e anche grazie alla cooperazione italiana e spagnola, è stata costruita una scuola di artigianiato dell’argento che inizierà a funzionare a dicembre. L’obiettivo infatti è la produzione nella stessa Potosì di oggetti preziosi con i minerali estratti nella “montagna ricca”, nel tentativo di spezzare la catena di produzione che porta a enormi guadagni per le raffinerie europe e a ricavi praticamente nulli per la Bolivia. La catena di produzione è rimasta praticamente la stessa dai tempi in cui la Bolivia era una colonia del regno spagnolo.

Barbara Meo Evoli

http://www.meoevoli.eu

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